• Il Processo di incubazione nell’Insight Problem Solving

    Numerosi studi sono stati condotti per valutare le variabili coinvolte nei processi solutori e i meccanismi costitutivi dell’insight problem solving, ma negli ultimi anni gli sforzi si sono concentrati principalmente sul processo di incubazione, considerato comunemente un fattore agevolante, attraverso il quale i soggetti raggiungerebbero la soluzione improvvisamente dopo aver messo da parte il problema per un periodo di tempo, dedicandosi ad altre attività, avendo fallito nei primi tentativi.

    Le ipotesi proposte per spiegare i presunti effetti positivi del periodo di incubazione si possono raggruppare tradizionalmente in due categorie la prima delle quali prevede dei meccanismi di risoluzione consapevoli, mentre la seconda processi autonomi e inconsci di problem solving. Recentemente però, la “Attenction-withdrawal hypotheses” di Segal (2004) e la “Explicit–implicit interaction (EII) theory” di Sun e Hélie (2010) hanno fornito un contributo stimolante alle teorie precedenti ponendosi a metà strada tra l’ipotesi “lavoro-cosciente” e “l’ipotesi lavoro-inconscio”. Nonostante le concezioni riguardanti l’incubazione siano piuttosto diverse tra loro, quasi universalmente i metodi di indagine utilizzati hanno visto l’impiego di ricerche empiriche e protocolli piuttosto uniformi. Ut Na Sio (2009) ha pertanto potuto condurre una meta-analisi volta a verificare la dimensione dell’effetto dell’incubazione sulla soluzione dei problemi ed eventuali mediatori di tale grandezza, da cui emerge che l’effetto di incubazione risulterebbe specifico e avvantaggiante solo in alcuni tipi di problemi, mentre in altri non sarebbe presente.

    L’insight Problem solving

    Nell’ambito della psicologia del pensiero e dei processi di ragionamento, uno degli argomenti maggiormente dibattuti riguarda i meccanismi coinvolti nell’insight problem solving.

    Molti teorici si sono interessati alla questione ricorrendo a metodi e strumenti propri del loro ambito di studi: psicologi, neurologi, fisici, matematici, informatici si sono cimentati nella definizione dei processi risolutivi e nell’elaborazione di possibili strategie.

    I Gestaltisti per primi, hanno dato vita ad una lunga serie di studi sul problem Solving (Wertheimer, 1925; Dunker, 1945) in cui osservarono che in alcune tipologie di problemi, la soluzione sopraggiungeva improvvisamente e inconsapevolmente, dimostrando il coinvolgimento di processi qualitativamente differenti rispetto a quelli utilizzati con altri problemi. Questa conclusione è stata accolta da molti altri ricercatori, tanto da essere stata anche proposta una divisione dei problemi in due categorie (Metcalfe e Wiebe, 1987): compiti (o problemi non insight) e problemi propriamente detti (o problemi insight). I primi sarebbero caratterizzati da un metodo di risoluzione improntato sulla ricerca in cui l’obiettivo è l’esame dei passaggi che portano alla soluzione.

    Nel problema propriamente detto si manifesterebbe il fenomeno dell’insight, o la cosiddetta “aha experience”, in cui lo scioglimento del quesito sarebbe definito da una svolta o comprensione improvvisa nella rappresentazione del problema. L’insight, quindi può essere definito come un’inaspettata, imprevedibile, e non verbalizzabile scoperta di una soluzione.

    Secondo i gestaltisti, in aiuto dei soggetti, accorrerebbe proprio una ristrutturazione delle caratteristiche del compito; esempio emblematico è il problema del quadrato del parallelogrammo di Wertheimer (1925), molto utilizzato negli studi di ragionamento. La soluzione può sopraggiungere semplicemente attraverso una riorganizzazione della figura, rintracciando un parziale sovrapposizione di due triangoli; tale operazione promuoverebbe un cambiamento di tipo qualitativo nella rappresentazione del problema.

    In tempi successivi i ricercatori della Human Information Processing, come ad esempio Ohlsson (1984) e Montgomery (1988) hanno tentato di revisionare il concetto di ristrutturazione e di integrare la prospettiva gestaltica a quella cognitivista con risultati, però, non sempre convincenti; un contributo importante, invece, è stato offerto da uno studio di Kaplan e Simon (1990) che hanno formulato una teoria dell’insight ancora oggi molto significativa. Il modello prevede che nella prima parte dell’applicazione ad un problema, si conduca una ricerca euristica (selettiva) della soluzione servendosi della memoria a lungo termine che conterrebbe delle informazioni sulle modalità di risoluzione dei problemi. In un primo momento quindi la ricerca sarebbe seriale e la sua direzione sarebbe controllata da meccanismi attenzionali coinvolti nell’elaborazione dell’informazione nella memoria a breve termine, in cui sarebbe presente l’informazione sulla situazione locale; nello stesso tempo, alcune delle caratteristiche più permanenti della situazione del problema (euristica dell’invarianza), sarebbero rilevate, apprese e immagazzinate nella memoria a lungo termine, cosicché l’informazione disponibile ai fini della soluzione del problema cambi. La struttura di controllo includerebbe un meccanismo di interruzione che, in mancanza di successo, o di segni di progresso, dopo un certo tempo sospenderebbe la ricerca e sposterebbe l’attività (switch) in un altro spazio del problema, dove la ricerca avrebbe per oggetto una diversa rappresentazione del compito o una differente struttura di controllo della ricerca. Il modello di Kaplan e Simon, pur non essendo particolarmente parsimonioso, sembra dare una spiegazione ben articolata dei processi coinvolti nell’insight problem solving, tanto da essere stata fonte d’ispirazione per alcune teorie più recenti che hanno cercato di rivedere il classico meccanismo della ristrutturazione. Ad esempio, secondo la Representational Change Theory di Knoblich e colleghi (2001) il solutore creerebbe una rappresentazione iniziale del problema, definita come la distribuzione di attivazione attraverso frammenti di conoscenza presenti in memoria, che avrebbe una bassa probabilità di successo. Con la rappresentazione iniziale del problema si attiverebbe una porzione di conoscenza del compito che non sarebbe fondamentale per la soluzione e pertanto l’insight avverrebbe con l’eliminazione di vincoli ingiustificati dopo la quale una nuova porzione di spazio di soluzione si renderebbe disponibile per l’esplorazione. Il modello di Knoblich risulta però poco persuasivo, in quanto non spiega i meccanismi intercorrenti tra l’eliminazione dei vincoli e la manifestazione dell’insight.

    Anche Ormerod (2002), scegliendo la via dell’integrazione tra scoperta e ricerca, propone la Progress Monitoring Theory, basata sull’idea che la soluzione dei problemi procederebbe quando il risolutore cercherebbe di minimizzare il divario tra lo stato attuale del problema e lo stato finale; il solutore analizzerebbe la differenza tra lo stato corrente del problema e lo stato finale e confronterebbe questo con il numero di mosse rimanenti per risolvere il problema. Il fallimento o impasse, verrebbe considerato come l’impossibilità di colmare lo spazio che intercorre tra lo stato attuale e lo stato finale. Con il fallimento, si manifesterebbe un’elevata probabilità che il soggetto cerchi soluzioni alternative. Sarebbe proprio questo il momento, secondo gli autori, in cui si potrebbero verificare differenze individuali nella comprensione del problema ed il “potenziale insight” varierebbe tra gli individui. Non è chiaro, però, come i solutori riescano ad avere consapevolezza esplicita del numero di mosse necessario per risolvere il problema o dell’entità del divario tra stato iniziale e stato finale, dal momento che queste due condizioni basterebbero da sole a permettere di raggiungere le soluzioni; inoltre non si fa riferimento a nessun cambiamento improvviso nella rappresentazione del problema, ma, in caso di fallimento, solo ad alternativi meccanismi di ricerca procedurale.

    Non tutte le teorie, tuttavia ritengono che debba essere raggiunta un’impasse o che debbano essere eliminati eventuali vincoli. Gli associazionisti ad esempio (Pols, 2002), credono che la conoscenza venga codificata attraverso un diagramma di attivazione costituito da nodi in cui le associazioni si creerebbero utilizzando una selezione che seguirebbe un principio evolutivo: la formazione delle associazioni e la loro selezione avverrebbe inconsciamente e solo la scelta, ovvero l’associazione finale, raggiungerebbe il livello cosciente. In questo caso l’insight si manifesterebbe solo recuperando l’associazione corretta utilizzando processi paralleli di ricerca; pertanto la differenza tra problemi insight/non-insight si identificherebbe nella forza delle associazioni. L’insight verrebbe sperimentato attraverso il recupero di un’associazione inconsueta o improbabile, al fine di risolvere il compito. Anche in questo caso però si suppone che la soluzione venga raggiunta a seguito di un processo di ricerca e solo attraverso l’associazione di informazioni contenute nella memoria a lungo termine; non verrebbero quindi specificate le modalità di integrazione con le nuove conoscenze elaborate dalla memoria a breve termine.

    Attualmente il dibattito sull’insight problem solving, si è inserito in quello più generale relativo al rappoto tra processi impliciti ed espliciti di ragionamento, inaugurato dalla Dual Theory di Stanovich e West (2008).

    Questa teoria presuppone l’esistenza di due processi, Tipo 1 e Tipo 2, preposti a differenti funzioni: il processo di tipo 1 sarebbe maggiormente veloce e automatizzato, nonché caratterizzato dall’uso di euristiche. Tale processo viene considerato autonomo poiché l’esecuzione avverrebbe rapidamente e senza il bisogno di attenzione conscia, inoltre opererebbe in parallelo non interferendo con il processo di tipo 2.

    Al contrario, il processo di Tipo 2 sarebbe un processo seriale di elaborazione relativamente lento e computazionalmente dispendioso in quanto determinato da comportamenti espliciti di consapevolezza d’uso. Inoltre, il processo 2, grazie ad un meccanismo inibitorio, avrebbe la possibilità di interrompere il Tipo 1 sopprimendo la sua tendenza di risposta automatica indipendentemente dal contesto e dall’esperienza e sarebbe in grado di proporre una risposta astratta maggiormente adeguata ai problemi, favorendo processi di ragionamento ipotetico e di simulazione cognitiva.

    Per quanto riguarda l’insight, dalle prime ricerche che hanno preso come modello di riferimento la Dual Theory emergeva la convinzione che il sistema 2, proprio per la sua natura conscia e procedurale, fosse implicato nella risoluzione dei non-insight problem (compiti) (Ghilooly, 2005), mentre gli ultimi sviluppi, dimostrerebbero un implicazione di questo sistema anche nei problemi insight. Più precisamente, il sistema 2 viene considerato una componente integrata della WM che coinvolgerebbe sia l’immagazzinamento che il controllo esecutivo. In alcuni studi recenti Gilhooly e coll. (2005, 2010), sostenitori della natura conscia e riflessiva del ragionamento, hanno cercato di dimostrare la relazione tra la capacità di risolvere i problemi insight con alcune funzioni della WM, a sostegno di una visione della risoluzione dell’insight problem conforme alla presenza di processi espliciti e analitici “business as usual”. A fronte di tali conferme, rimane decisamente dubbia la scelta dei problemi utilizzati nei loro studi, in quanto molti, se si tiene in considerazione la distinzione tra problemi propriamente detti e compiti, non possono essere definiti problemi insight, pertanto i risultati potrebbero essere inficiati da questa scelta metodologica. Inoltre non è chiaro il motivo a causa del quale l’integrazione tra WM e Sistema 2 debba necessariamente escludere il coinvolgimento di processi paralleli e automatici nell’insight problem.

    Nel tentativo di colmare le lacune delle ricerche appena descritte, hanno dato il loro contributo alcuni ricercatori sfavorevoli ad una visione essenzialmente overt dell’insight problem. Ad esempio Schooler (2002) e Macchi&Bagassi (2012), nei loro studi si sono avvalsi della metodologia della verbalizzazione per confermare l’implicazione di processi impliciti paralleli nella risoluzione dell’insight problem. Infatti l’induzione dei soggetti alla verbalizzazione delle proprie strategie risolutive si è dimostrata un ostacolo significativo al raggiungimento delle soluzioni, a conferma della natura interferente della verbalizzazione su verosimili meccanismi inconsci, che non riuscirebbero ad essere controllati durante l’applicazione al problema. Inoltre, per gli autori sopraccitati, la teoria di Ghilooly et al., escludendo il meccanismo della ristrutturazione nell’insight problem, non sarebbe davvero rappresentativa dei processi implicati in questa tipologia di problemi, in quanto quest’ultimo prevederebbe sempre una ristrutturazione, al contrario di quanto avviene con i compiti procedurali. A questo proposito Macchi e Bagassi, che hanno sviluppato la Teoria del Doppio Codice di Mosconi (1990), considerano la ristrutturazione un passaggio imprescindibile, subordinato al cambiamento nella comprensione dei termini del problema che sarebbe associata al cambiamento della codifica secondo la quale verrebbe letto il messaggio veicolato dalla consegna. Mosconi per primo ha supposto che questa decodificazione avverrebbe con due modalità: la decodificazione primaria, o condizione iniziale verrebbe prodotta dall’utilizzo del linguaggio naturale, quotidianamente utilizzato dai parlanti; la decodificazione seconda avverrebbe invece grazie all’ uso del codice legale, maggiormente sofisticato e utile per l’interpretazione del testo del problema. Quindi la presenza di una doppia codificazione discriminerebbe tra compiti e problemi insight, dal momento che in questi ultimi, i fattori interpretativi sarebbero cruciali proprio per la comparsa della ristrutturazione. Macchi e Bagassi procedono ancora oltre affermano che, se per la teoria del processo duale le più alte capacità di ragionamento risiederebbero nell’astrazione, sarebbe invece proprio una maggiore contestualizzazione a permettere di raggiungere le soluzioni. L’elaborazione, tra l’altro fondamentale nell’interazione comunicativa, delle intenzioni e del contesto presenti nel compito implicherebbe sempre il processamento del contesto e non la sua astrazione. Pertanto la risoluzione degli insight problem, deriverebbe dalla capacità pragmatico-interpretativa di quei soggetti che sarebbero in grado di disambiguare le intenzioni in modo pertinente allo scopo delle compito.

    Da questa piccola rassegna, si può dedurre che le teorie e ricerche successive all’approccio gestaltico hanno cercato sia di sviluppare il concetto di ristrutturazione nell’insight problem solving, sia di fornire una nuova interpretazione di questo fenomeno, senza però riuscire ad ottenere una spiegazione dirimente e risolutiva. Spesso, tra l’altro, i ricercatori si sono trovati in disaccordo sulle numerose variabili coinvolte nei processi solutori e sui meccanismi costitutivi della cosiddetta “intuizione” che faciliterebbero o, al contrario, rallenterebbero il superamento del compito, motivo per cui sono ancora necessari studi approfonditi e innovativi su questo argomento.

    Uno dei meccanismi più indagati in questo contesto, generalmente considerato un fattore agevolante, è rappresentato dall’incubazione di cui mi occuperò nel prossimo paragrafo.

    L’incubazione nell’insight problem solving

    Nel 1926 Wallas all’interno del suo saggio “Art of Thought” ha presentato uno dei primi modelli del processo creativo. In Questo modello a cinque stadi, l’insight può essere suddiviso in:

    • Preparazione: la mente si concentra sul problema e ne esplora le dimensioni
    • Incubazione: il problema viene elaborato nella mente inconscia e nulla sembra accadere esteriormente
    • Intimazione: il solutore sente che la risposta sta arrivando1
    • Illuminazione o insight: l’idea creativa erompe dall’inconscio alla consapevolezza
    • Verifica: l’idea è consapevolmente verificata, elaborata e applicata

    Gli psicologi perlopiù afferenti al movimento cognitivista hanno prodotto un gran numero di schemi indicanti le abilità cognitive ed i costrutti che sorreggono l’attività creativa considerando il modello di Wallas come un punto di riferimento imprescindibile per lo studio del problem solving e la fase di incubazione specialmente ha assunto, nella ricerca sperimentale, una posizione privilegiata per la comprensione dell’intuizione. Quest’ultima si manifesterebbe improvvisamente nella mente dei soggetti dopo che hanno messo da parte il problema per un periodo di tempo, dedicandosi ad altre attività, avendo fallito nei tentativi iniziali di risoluzione. Questo temporaneo allontanamento permetterebbe alla spiegazione del dilemma di emergere senza apparenti sforzi supplementari.

    Teorie esplicative della fase di incubazione

    A fronte di teorie e ricerche che hanno messo in dubbio l’effettiva esistenza di questo stadio (Perkins, 1995; Smith & Blankenship, 1991), diverse ipotesi sono state proposte per spiegare i presunti effetti positivi del periodo di incubazione ed è possibile dividerle in due categorie: la prima descrive un meccanismo di risoluzione consapevole, mentre la seconda descrive un processo autonomo e inconscio di problem solving. L’ipotesi “lavoro-cosciente” sostiene che gli effetti dell’incubazione siano dovuti a questioni come la riduzione dell’affaticamento mentale (Posner, 1973) o la presenza di supplementari attività di problem solving durante il periodo di incubazione (Browne & Cruse, 1988). Entrambe le visioni implicano cambiamenti nel meccanismo cosciente di risoluzione in cui il ruolo della pausa sarebbe quello di rendere la mente più propensa a ricevere ed assimilare stimoli esterni provenienti dall’ambiente circostante.

    Al contrario, l’ipotesi “lavoro-inconscio” suggerisce che gli effetti positivi dell’incubazione siano il risultato di un graduale e inconsapevole processo di problem-solving che si verifica durante un periodo di incubazione (Patalano, 1994; Smith, 1995).

    Sono stati proposti differenti processi inconsci per rendere conto degli effetti di incubazione. Il primo tra questi riguarda l’elicitazione di nuove conoscenze: nel corso del tempo, l’attivazione primaria a favore di items di memoria rilevanti si diffonde verso ciò che è stato precedentemente ignorato. Sembrerebbe più probabile per i soggetti in questo caso fare uso di segnali esterni per risolvere un problema. Inoltre, concetti parzialmente attivati possono combinarsi con altri per produrre idee accidentali perspicaci. Un altro processo inconscio prevede che un periodo di incubazione indebolisca l’attivazione di concetti inappropriati per la soluzione che distraggono gli individui durante i tentativi iniziali, favorendo una nuova visione del problema. Un terzo meccanismo riguarda la ristrutturazione del problema: la rappresentazione mentale di una problema sarebbe riorganizzata in modo più adeguato e stabile dopo tentativi iniziali infruttuosi; l’individuo sarebbe allora maggiormente capace di concentrarsi sulle informazioni esterne pertinenti o di ridisporre le informazioni del problema in una maniera che permetta alla soluzione di essere raggiunta più facilmente (Seifert et al., 1995).

    In generale si può affermare che le ipotesi “lavoro-cosciente/lavoro-inconscio” generino diverse previsioni concernenti gli effetti delle attività con cui gli individui si impegnano durante un periodo di incubazione. Secondo l’ipotesi “lavoro-cosciente”, gli individui trarrebbero i maggiori vantaggi da una incubazione senza attività alternative, poiché questo darebbe loro l’opportunità di rilassarsi, ridurre l’affaticamento, o continuare a lavorare sul problema. In contrasto, l’ipotesi “lavoro-inconscio” suggerisce che processi inconsci di risoluzione si verifichino quando gli individui spostano la loro attenzione lontano dal problema ad altre attività mentali. Così, un certo livello di coinvolgimento in altre attività durante un periodo di incubazione dovrebbe facilitare il problem solving (Ut Na Sio, 2009).

    Anche la memoria e l’apprendimento sembrano giocare un ruolo apprezzabile nel meccanismo di incubazione. Una prima ipotesi è che le soluzioni ai problemi già risolti verrebbero memorizzate nella memoria a lungo termine così, incontrando un nuovo problema, le soluzioni (in memoria) a quesiti simili sarebbero recuperate automaticamente. Tuttavia, queste soluzioni potrebbero non essere appropriate e bloccare la scoperta di quella corretta. Di conseguenza le soluzioni meno probabili, ma adeguate, verrebbero alla luce solo quando quelle più facilmente recuperabili in memoria siano state tutte scandagliate. In questa prospettiva, la fase di incubazione servirebbe per eliminare le soluzioni stereotipate.

    In alternativa, alcuni ricercatori hanno supposto che, finché il compito non è stato superato, i problemi irrisolti rimangano innescati nella memoria a lungo termine; in questo caso gli indizi ambientali potrebbero essere utili per attivare più facilmente una ristrutturazione adeguata e l’incubazione permetterebbe a tali stimoli di essere assimilati ed integrati con le conoscenze presenti in memoria, attraverso la fruizione di dettagli e suggerimenti precedentemente ignorati (Smith & Dodds, 1999; Langley & Jones, 1988).

    Un’altra interessante ipotesi, la “attenction-withdrawal hypotheses”, sul meccanismo di incubazione, che si pone a metà strada tra le categorie descritte in precedenza, viene proposta da Segal (2004). Secondo la visione dell’Autore, dopo aver incontrato un impasse, gli individui sarebbero spontaneamente portati a distogliere l’attenzione dal compito; di conseguenza durante la pausa non si attiverebbe nessun processo particolare, in quanto l’unica funzione dell’interruzione sarebbe quella di mantenere l’attenzione dei soggetti isolata dalla soluzione del problema, in modo tale da eliminare l’attivazione di false assunzioni. Questa teoria, prendendo spunto dai principi gestaltici, afferma che le assunzioni non sarebbero false in sé, ma loro inadeguatezza deriverebbe da una organizzazione errata. Pertanto la pausa favorirebbe la ristrutturazione degli elementi in una configurazione utile al superamento del compito.

    Anche Sun e Hélie (2010) hanno fornito un contributo stimolante riguardo lo studio dell’incubazione proponendo l’“explicit–implicit interaction (EII) theory” i cui presupposti si possono riassumere in pochi principi fondamentali quali la coesistenza/differenza contemporaneamente di conoscenza implicita ed esplicita, il simultaneo coinvolgimento di processi impliciti ed espliciti nei compiti di risoluzione, l’integrazione dei risultati tra processi impliciti ed espliciti e la loro interazione bidirezionale. Per trovare conferme alle loro ipotesi, gli autori si sono serviti di una implementazione computazionale (CLARION) utilizzata per simulare, catturare e spiegare dati umani relativi all’incubazione e intuizione in attività di decisione lessicale. Il grande merito degli Autori è consistito nel tentativo di assimilare le teorie esistenti e di fornire una descrizione dettagliata dei processi coinvolti nelle fasi chiave del problem solving creativo.

    Ricerche empiriche sul meccanismo di incubazione

    Come chiaramente emerge dalla breve descrizione di queste teorie, le concezioni rispetto al meccanismo di incubazione sono piuttosto diverse tra loro, ma quasi universalmente i metodi di indagine utilizzati hanno visto l’impiego di ricerche empiriche e protocolli piuttosto uniformi, nei quali ai soggetti sperimentali, che beneficiano di un periodo di pausa variamente strutturato si affiancano i controlli che invece continuano a lavorare sul problema.

    Purtroppo i risultati emersi da questi studi sono spesso in contrasto tra loro (Segal, 2004; Cronin, 2003; Yang et al, 2012; Ut Na Sio, 2012; Zhong 2008) e come affermato in precedenza, molti autori per questo motivo hanno messo in dubbio l’esistenza del periodo di incubazione. Tuttavia, una spiegazione per i risultati contrastanti si identifica con il fatto che sono presenti delle variabili procedurali che influenzano il verificarsi della risoluzione, come la durata del periodo di incubazione, le attività svolte durante il periodo di incubazione o la natura del problema ( Ut Na Sio, 2012).

    Ut Na Sio (2009) ha condotto una meta-analisi di tutti gli studi (fino al 2007) relativi al meccanismo dell’incubazione per verificare la dimensione dell’effetto di questo processo sulla soluzione dei problemi ed eventuali mediatori di tale grandezza, da cui emergono delle interessanti conclusioni.

    In primo luogo viene effettivamente dimostrata la presenza di un effetto dell’incubazione sulla soluzione dei problemi e sembra che i mediatori coincidano proprio con le variabili descritte poco fa. Gli individui che eseguono problemi creativi avrebbero più probabilità di trarre beneficio da un periodo di incubazione rispetto a individui impegnati con problemi linguistici (RAT) e problemi visivi, anche se con i compiti linguistici a basso carico cognitivo gli effetti di incubazione si dimostrerebbero comunque forti. L’incubazione, in questa tipologia di compiti sembrerebbe facilitare l’estensione della ricerca nel diagramma di conoscenze ma non supportare una ristrutturazione.

    Un altro risultato della meta-analisi mostra l’effetto benefico di un periodo di incubazione durante il quale viene richiesta la soluzione di problemi linguistici molto semplici. Un tale effetto positivo minerebbe, così, l’ipotesi “lavoro-cosciente” che postula la necessità un defaticamento mentale durante la pausa (Posner, 1973). I compiti a basso carico cognitivo potrebbero occupare una parte di attenzione, impedendo la concentrazione focalizzata solo sulla risoluzione del compito principale.

    Per quanto riguarda i problemi visivi, al contrario delle altre tipologie, l’entità dell’effetto di incubazione apparirebbe indipendente dalla lunghezza di questa fase. L’analisi di regressione di questo studio, dimostra che in realtà sarebbe un lungo periodo di preparazione (non l’incubazione) ad influenzare la soluzione di problemi visivi, in quanto porterebbe i solutori ad un’impasse, considerata fondamentale per la ristrutturazione del compito visivo. Un lungo periodo di preparazione potrebbe consentire alle persone di esaurire la ricerca in un dominio, rendendo più probabile esplorare un nuovo dominio nella seconda fase di risoluzione.

    Una correlazione positiva tra la lunghezza del periodo di preparazione e incubazione è stata anche trovata con i problemi di creatività. Anche in questo caso, un lungo periodo di preparazione consentirebbe alle persone di esplorare nuovi domini. Invece non è stata trovata nessuna correlazione positiva con i problemi linguistici.

    La meta-analisi rivela che le indicazioni ingannevoli nel complesso non sarebbero dei predittori significativi. Per quanto riguarda gli studi che impiegano problemi linguistici, la presenza di segnali fuorvianti indurrebbe un grande effetto di incubazione, ma una conclusione contraria è stata trovata negli studi che impiegano problemi visivi, il che suggerirebbe un impatto compito-specifico degli indizi.

    In sintesi, i risultati di meta-analisi supportano l’esistenza di effetti di incubazione, anche se sembra che vi sia una serie di effetti specifici per particolari compiti e performance. Nei problemi creativi, in cui è necessaria l’attivazione di una buona dose di conoscenza, sembra che le persone beneficino del periodo di incubazione, mentre nel caso dei problemi visivi questo principio non è sempre vero.

    In caso di problemi linguistici, come il RAT, c’è un effetto di incubazione, ma solo se il periodo di incubazione è occupato da un altro compito a basso carico cognitivo.

    Nel caso di problemi visivi, infine, gli effetti dell’incubazione emergono solo se c’è stato un periodo sufficientemente lungo di preparazione prima dello stato di impasse. Solo sotto queste condizioni il periodo di incubazione contribuirebbe alla ricerca di una strategie alternativa utile per la ristrutturazione del problema.

    Questi risultati non confermano né falsificano le ipotesi e le teorie precedentemente descritte, al contrario mettono in luce una nuova conclusione, ovvero che l’effetto di incubazione risulterebbe specifico per particolari tipi di problema. Pertanto si può suppore che nella risoluzione di quest’ultimi, vengano attivati meccanismi ben diversi tra loro che necessitano ancora di essere adeguatamente esplorati. Inoltre, come fa notare giustamente Ut Na Sio, non possiamo essere così certi che i problemi RAT presuppongano davvero un’intuizione, oppure facciano parte dei cosiddetti “compiti” in cui la soluzione si raggiunge un passo alla volta attraverso un percorso procedurale. Sarebbe utile a questo proposito condurre ricerche con una più vasta gamma di problemi, proprio per verificare l’eventualità appena esposta.

    A mio avviso dovrebbero anche essere svolti degli studi che indaghino le differenze individuali nell’esecuzione degli insight problem in quanto potrebbero rendere conto in maniera alternativa dei meccanismi sottesi l’incubazione e l’intuizione, specialmente nel caso di popolazioni cliniche. Ad esempio i soggetti ansiosi potrebbero rappresentare un ottimo campione in quanto soffrendo di un bias attenzionale, permetterebbero di dimostrare se per la risoluzione di un compito sia davvero cruciale l’adeguata distribuzione di risorse attentive durante la fase di incubazione. Similmente sarebbe stimolante verificare l’influenza delle emozioni indotte o accidentali durante il periodo di incubazione.

    Infine, sempre tenendo in considerazione i risultati della meta analisi, mi sembrerebbe vantaggioso uno studio che incroci tutte le variabili considerate necessarie per il raggiungimento della soluzione, ovvero la natura del compito, la lunghezza del periodo di incubazione e le attività svolte al suo interno. Si creerebbero in questo modo numerose condizioni sperimentali grazie alle quali raccogliere ulteriori dati utili al proseguimento della ricerca in questo campo.

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    Wertheimer M., 1925b: Bemerkungen zu Hillebrandts Theorie der stroboskopischen Bewegungen. Psychologische Forschung, 3, 106-123

    Zhong, C.B., Dijksterhuis A., Galinsky, A.D., 2008, The Merits of Unconscious Thought in Creativity, Psychological Science, 19, 912-918

    1 Dal momento che lo stadio di intimazione viene visto come uno sub-stadio, il modello di Wallas generalmente viene considerato di quattro fasi.