• coppia

    Relazione di coppia tra esclusività e ciclo di vita

    Interdipendenza emotiva, cognitiva e sentimento di esclusività sono gli ingredienti per la relazione di coppia.

    La relazione di coppia è difficile da definire in virtù della sua natura complessa e ampia. Le ragioni che portano due persone a legarsi in una coppia sono molteplici. Secondo alcuni autori, l’innesco determinante una relazione sentimentale può essere ritrovato nella forte interdipendenza emotiva e cognitiva che dà il senso di esclusività al rapporto.

    Ciò che garantisce il proseguo della relazione sentimentale è la percezione reciproca di un sentimento di esclusività. Sentirsi esclusivi per l’altro rappresenta un’impagabile esperienza; probabilmente la cosa più importante in una relazione sentimentale è proprio questo aspetto.

    Il sentimento di esclusività va distinto dal senso del possesso. Il possesso esprime quanto uno dei due percepisce l’altro come oggetto d’amore, ma in termini di negazione della sua soggettività.

    Un rapporto d’amore dovrebbe essere un reciproco appartenere all’altro e sentire che l’altro ci appartiene. Dovrebbe esprimersi attraverso un senso di profondo rispetto della soggettività del partner. Rispettare l’altra persona significa rispettare i suoi desideri e riconoscere la liceità dei suoi “bisogni”. Trattare l’altro come un oggetto, impedisce che tutto ciò avvenga.

    L’alchimia profonda della relazione è quella di arrivare a scegliersi proprio in termini emotivi,  comprendendo e accettando i “bisogni” dell’altro, anche se a volte in dissonanza con i propri.

    La relazione di coppia non si esaurisce soltanto nel considerare gli aspetti di positività, di coesione, di condivisione, ma anche considerando i momenti di difficoltà.

    Secondo alcuni autori le coppie attraversano delle fasi tipiche e i partner si trovano a dover affrontare dei compiti evolutivi. Possono essere così individuati:

    • Nei primi anni di relazione il principale compito evolutivo è quello di diventare indipendenti dai rispettivi genitori.
    • Dal 2° al 4° anno la coppia stabilisce tradizioni e valori e si pone come obiettivo quello di avere dei figli.
    • Dal 3° al 7° anno tra i compiti c’è quello di bilanciare l’impegno tra unione, figli e carriera.
    • Dal 7° al 15° anno la coppia si ritrova a valutare quanto efficacemente è stato mantenuto l’impegno verso il matrimonio/unione, la cura dei figli, la carriera e la comunità in senso ampio.
    • Dal 15° al 24° anno il compito principale è quello di allentare il proprio coinvolgimento genitoriale nella vita dei figli.
    • Dal 24° al 34° anno di relazione la coppia affronta l’uscita dalla famiglia dei figli, la morte dei propri genitori e la rimessa in discussione dei ruoli tradizionalmente assegnati.
    • Dopo il 35° anno di matrimonio/unione la coppia può concedersi maggior libertà da alcune responsabilità. Possono subentrare nuove possibili difficoltà riguardanti la salute e la possibile perdita del partner.

    Contestualizzare le difficoltà della coppia  al momento storico-antropologico attuale e rispetto alla fase “tipica” del suo ciclo di vita nel quale coppia si trova, può rendere più chiara la comprensione della situazione e la negoziazione con il coniuge.

    I rapporti umani hanno un loro percorso e le varie fasi possono essere attraversate da momenti critici. La crisi rappresenta una fase di cambiamento ed evoluzione. Può essere l’occasione di importanti ridefinizioni del modo di stare insieme o rappresentare la fine della relazione.

    Proprio per la loro complessità e forza, i rapporti sentimentali portano le persone molto facilmente a farsi anche un gran male. Alle volte, pur nella sua drammaticità, questo male fa parte esso stesso di ciò che tiene insieme due persone.

    Le crisi e le separazioni, sebbene siano eventi dolorosi da affrontare, possono essere generativi di un nuovo stato emotivo e cognitivo individuale anche in età matura e stimolare la creazione di nuove relazioni.

    Rotture, separazioni e creazione di nuovi legami sentimentali sono possibili ad ogni età. Oggi si assiste sempre più spesso alla rottura e alla formazione di coppie anche in età matura. In passato questo non sembrava possibili e nemmeno opportuno. Oggi viene riconosciuta la possibilità di avere storie sentimentali significative in tutte le fasi di vita. Questo rappresenta un passaggio estremamente significativo sia in termini sociali che individuali.

    Bibliografia:

    Aquilar F. La coppia in crescita, Cittadella Assisi 1996.

    Bubenzer D.I., West J.D., Counselling Couples, London 1993 

    Dodet M., Intervista a Maurizio Dodet a cura di Laura Ravanelli- dentrounquadro.it- 2014

    Veglia F. Storie di vita, Bollati Boringhieri, Torino 2014 

  • creatività bambini

    Curiosità e creatività non invecchiano

    La prospettiva di una nuova avventura

    Iniziamo ad invecchiare dal primo giorno della nascita. Ogni istante che possa ci ritroviamo più vecchi di prima. Ci sono delle doti della personalità umana che non invecchiano, come la capacità di emozionarsi, la curiosità e la creatività. La vecchiaia è “un prodotto nuovo della nostra società”: l’età media si sta sempre più allungando, così come le aspettative di vita.  La nostra società è però improntata alla prestazione, alla velocità e al “fare cose”.

    Con l’avanzare degli anni si modificano diversi aspetti dello stare al modo: ci si allontana dalla prestazione, si diventa più lenti e non si riesce sempre a “fare cose”. La prospettiva con la quale noi guardiamo le cose ha un ruolo fondamentale nel processo di crescita.

    Con il trascorrere degli anni e avvicinandosi alla vecchiaia, ci si può concedere di non dover più dimostrare il proprio valore; poter uscire dalla prestazione permette di riconoscersi di avere già dato, già prodotto, permette di tirare un respiro al di fuori della competizione. La lentezza permette di vedere e di ascoltare altre cose come i propri ritmi e di riuscire così a rispettarli. Uscire dall’idea di “fare“ qualcosa con l’altro, permette di entrare nell’ottica di “stare con l’altro”. La relazione prende il posto dell’azione.

    Quando si pensa alla creatività spesso ci si riferisce ai grandi artisti: Verdi, Michelangelo, Picasso e altri ancora. Secondo numerosi studiosi, spontaneità, creatività e curiosità sono esigenze dell’essere umano e ognuno di noi ha un suo “patrimonio creativo”.

    creatività senza età

    Il processo creativo è presente e potenzialmente attivo in ogni individuo, indipendentemente dall’età e può esprimersi con modalità molto differenti da quelle che definiamo comunemente “aree della creatività” riguardanti i grandi artisti.

    Può esprimersi anche in ambiti accessibili a tutti: preparare un piatto, tessere una tela, coltivare un fiore, organizzare una gita, realizzare un prodotto artigianale, inventare una storia e si esprime attraverso ogni forma di attività, esercizio e comportamento quotidiano.

    La ricerca in psicologia ha dimostrato che il riuscire ad essere creativi facilita l’esperienza, non solo dei bambini, ma anche degli adulti e degli anziani consentendo di proseguire e completare la propria autorealizzazione.

    La creatività è l’ultima a gettare la spugna, anche nei momenti più bui. Si arricchisce quando la mente si libera dal dover primeggiare e dall’efficienza. La creatività è una tra le più misteriose doti della personalità umana, è una capacità non esclusiva delle persone di talento, non è patrimonio dei giovani e degli artisti, ma può essere di chiunque e a qualsiasi età.

    Dall’infanzia alla vecchiaia si esprime il processo creativo, la curiosità di apprendere, si costruiscono rappresentazioni, identità e ricordi. Non si improvvisa il vivere le varie fasi della vita, si apprende il vivere l’infanzia, l’adolescenza, l’età adulta e la vecchiaia; si scoprono, qualche volta si inventano, ma sempre sulla base di quanto sperimentato e acquisito.

    Il processo creativo può anche essere inteso come l’abilità di inventare, di sviluppare fantasie e concetti, ma anche il costruirsi percorsi di crescita individuale e nello scoprire la rappresentazione, il senso di sé e della propria vita. La creatività trova la sua più elevata manifestazione nella produzione artistica, ma la storia personale è espressione e testimonianza di un processo artistico, creativo, di un’arte narrativa della vita.

    la curiosità e la creatività possono emergere anche in età avanzata e quando compaiono consentono di vivere con maggior serenità: aiutano a non smarrirsi nel vuoto esistenziale, a stimolare le funzioni cognitive, a riprendere le risorse, a dare senso ad una fase di vita spesso trascurata dal mondo attuale.

    Si può imparare ad essere creativi, a fare nuove esperienze, a essere curiosi anche nel conoscere qualcosa del proprio mondo interiore, che per tutta la vita era sfuggito. Si può scoprire la propria curiosità dimenticata e manifestarla in varie modalità: individualmente, in coppia o in gruppo.

    Quando la mente diventa creativa, il pensiero si orienta verso soluzioni innovative, l’intelligenza è stimolata e va in contro meno facilmente al declino. Studi di neuropsicologia e di psicologia clinica suggeriscono che questa facoltà si può avviare a qualsiasi età purché venga stimolato il coraggio e la volontà di abbandonare percorsi e itinerari intrapresi da lungo tempo, iniziare nuove esperienze e abbandonare l’idea che curiosità e creatività non possano essere allenate e apprese.

    La curiosità, il ricercare e l’imparare non si esauriscono con l’età ma si qualificano e di definiscono attraverso l’età stessa.

     

    Bibliografia:

    La creatività nella scuola e nella vita- Cesa-Bianchi M.,  Milano. Mondadori Università 2003

    Un’età da abitare. Identità e narrazione nell’anziano – Moser F., Pezzati R., Luben-Ploza B., Bollati Boringhieri. 2002

    L’ultima creatività, Luci nella vecchiaia- Cristina c. et al.  Milano, Springer 2011

    Handbook of creativity- Stenberg RJ.- Cambridge, Cambridge University Press, 1999

    Processo creativo e longevità – Società Italiana di Gerontologia e Geriatria; 2012;60:3-7  Editorial Pacini Editore Medicina

    La creatività nell’autorganizzazione dell’anziano- M.Cesa-Bianchi, Towards and European Strategy on Active and Healthy- static.ferro.com

  • gratificazione differita, successo da grandi

    Gratificazione differita, successo da grandi?

    La gratificazione differita pare predittiva dell’autocontrollo e del successo in età adulta.

    Saper posticipare la gratificazione può essere di grande rilevanza per l’educazione dei più piccoli. Acquisire tale capacità da bambini può condurre da adulti ad adottare condotte più funzionali in diversi ambiti compreso quello dell’alimentazione.

    A tale proposito si può far riferimento ad uno degli esperimenti più famosi della psicologia comportamentale condotto tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 dallo psicologo Walter Mischel della Stanford University su un gruppo di 600 bambini di quattro anni: il Marshmallow Test. Secondo i ricercatori la diversa capacità del bambino di rinunciare al consumo immediato di un dolcetto in cambio di riceverne un altro dopo 15 minuti, pare predittiva del benessere e del successo in età adulta sia nelle attività scolastiche che in quelle lavorative.

    marshmallow test

    I risultati più interessanti legati al Marshmallow Test sono arrivati negli anni successivi. Agli stessi bambini in adolescenza, sono stati sottoposti alcuni questionari volti a sondare l’andamento scolastico e alcuni aspetti della personalità. I bambini che erano riusciti a controllare l’impulso mostravano i risultati scolastici migliori e venivano descritti dai loro genitori come più responsabili. Un secondo follow up mostrò come gli stessi bambini, che erano stati in grado di ritardare la gratificazione, ottenevano ai test di ingresso all’Università i punteggi maggiori.

    Quattro decenni più tardi, le ricerche longitudinali che si avvalgono di questa metodologia stanno continuando a rivelare notevoli pattern di coerenza dello sviluppo psicologico/comportamentale, nonché della salute mentale/fisica e dello stato economico, dalla prima infanzia fino alla mezza età dei partecipanti.

    I risultati promettenti, l’avanzamento metodologico ora disponibile per sondare l’autocontrollo e l’aumento della profondità a più livelli di analisi, appaiono come un’opportunità unica per la comprensione dei meccanismi cognitivi e neurali fondamentali alla base della regolazione degli impulsi.

    Gli esperimenti che esaminano la gratificazione differita hanno mostrato che le rappresentazioni mentali che sono concrete e “appetibili” ostacolano il ritardo perché rendono troppo difficile resistere alla risposta automatica volta al raggiungimento della gratificazione immediatamente disponibile. Al contrario, le rappresentazioni sulla base di un’attenzione agli aspetti astratti della situazione hanno l’effetto opposto (Metcalfe and Michel, 1999;  Mischel and Ayduk, 2004).

    Sembrerebbe quindi che la gratificazione differita, in questo paradigma sperimentale, dipenda dalla capacità di controllare gli aspetti della situazione a cui si assiste e dalla capacità di controllare la sua rappresentazione mentale.

    La ricerca in questo campo dimostra come la capacità di posticipare una gratificazione segua una specifica traiettoria di sviluppo: infatti, la tolleranza alla frustrazione si evolve gradualmente durante le tappe evolutive e consente agli individui di allontanare l’attenzione dall’oggetto gratificante e di dirigere le proprie energie mentali e fisiche verso l’ambiente circostante.

    Secondo le ultime suggestioni della letteratura sembra che i bambini in età prescolare che sono in grado di ritardare la gratificazione facciano maggior uso di specifici processi inibitori rispetto ai compagni meno “resistenti” alla tentazione. Questa differenza di capacità inibitoria che persiste in età adulta, appare più vantaggiosa per la salute psico-fisica e più adattiva nello sviluppo cognitivo e sociale (Mischel et al., 2010).

    I ricercatori della Stanford University ipotizzano che l’autocontrollo non sia solo frutto dell’eredità genetica, ma anche di processi di apprendimento grazie ai quali si strutturano specifiche strategie cognitive.

    Ricerche recenti hanno dimostrato, attraverso l’utilizzo delle neuro-immagini, che i partecipanti con alti livelli di auto-regolazione, rispetto ai loro omologhi con costante basso livello di autocontrollo, sarebbero caratterizzati da una connettività neurale più raffinata nella regione fronto-striata e nel circuito fronto-parietale, zone del cervello particolarmente coinvolte nel controllo cognitivo (Jonides, et al., 1998, Liston et al, 2007, Casey et al., 2007, Nagy et al., 2004).

    La relazione che si manifesta tra il controllo cognitivo e la forza di volontà potrebbe essere pertanto la seguente: la forza di volontà richiede abilità nel superare ricompense immediate e allettanti o distrazioni a favore di premi maggiori, ma successivi. Questa abilità, a sua volta, richiede che gli individui codifichino solo le informazioni rilevanti dall’ambiente, sopprimendo le informazioni indesiderate per selezionare risposte desiderate e reprimendo quelle non ottimali.

    I risultati finora sono incoraggianti e permettono di formulare ulteriori ipotesi ove appare chiara una difficoltà della capacità di auto-regolazione degli impulsi e una difficoltà a posticipare la gratificazione immediata.

     

    Bibliografia

    Casey B, Epstein J, Buhle J, et al. (2007) Frontostriatal connectivity and its role in cognitive control in parent-child dyads with ADHD. The American Journal of Psychiatry 164:1729–36.

    Mishel W., Ayduk O., (2004) in in Handbook of Self-Regulation: Research, Theory, and Applications, Willpower in a cognitive-affective processing systems: The dynamics of delay of Gratification. Eds Baumeister RF, Vohs KD (Guilford, N.Y.), pp 99-129.

    Mischel, W., Ayduk, O., Berman, M. G., Casey, B. J., Gotlib, I. H., Jonides, J., & Shoda, Y. (2010). ‘Willpower’over the life span: decomposing self-regulation. Social Cognitive and Affective Neuroscience, nsq081.

    Metcalfe J., Mishel W., (1999). A hot/cool System Analysis af Delay of Gratification: Dynamics af Willpower. Psychological Review 106:3-19.

     

     

  • disturbi alimentari

    I disturbi alimentari degli uomini: ortoressia e vigoressia

    Di solito associamo i disturbi alimentari al genere femminile. Esistono invece delle manifestazioni patologiche più tipiche dell’universo maschile: l’Ortoressia e la Vigoressia.

    Al giorno d’oggi, i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione ricoprono una parte non indifferente del disagio psicologico. Ormai i concetti di anoressia e bulimia sono entrati a far parte del vocabolario comune e tali disturbi vengono diffusamente trattati in ambito terapeutico.

    La ricerca scientifica, oltre a fornire contributi rilevanti circa il trattamento e la diagnosi, ha permesso anche di stimare la diffusione di questi disturbi nella popolazione: per quanto riguarda l’anoressia, i dati epidemiologici indicano una prevalenza nel genere femminile giovane pari allo 0,3 % e un’incidenza nelle donne tra i 15 e i 24 anni, da ritenersi in aumento di almeno 8 per 100.000 persone l’anno (Hoek, Van Hoeken, 2003).

    Ad oggi non c’è ancora accordo circa il tasso di incremento dell’anoressia nei Paesi occidentali, in quanto i dati raccolti mostrano risultati contrastanti. Per quanto riguarda la bulimia pare che quest’ultima sia in continuo incremento. Sempre gli stessi autori (Hoek, 2006), riportano una prevalenza dell’1% della bulimia nervosa nella popolazione femminile e un’incidenza pari al 12 per 100.000 persone in un anno.

    In generale, i primi segnali di rilevanza clinica di un possibile disturbo dell’alimentazione sono riscontrabili già nella prima infanzia (Chatoor, 2003).

    Nonostante un recente aumento dell’incidenza in età prepuberale, la fascia di età entro la quale si può osservare l’inizio del consolidamento di sintomi può essere ricondotta alla pre adolescenza, adolescenza.

    Secondo i dati raccolti negli USA dall’A.P.A. (American Psychiatric Association, 1994) il rapporto tra prevalenza negli uomini e nelle donne si attesterebbe tra 1 a 6 e 1 a 10. Negli ultimi vent’anni si sono evidenziati nuovi disturbi legati al comportamento alimentare che sarebbero invece maggiormente caratteristici della popolazione maschile. Questi possono essere identificati nell’Ortoressia e nalla Vigoressia.

    Ortoressia

    Questo disturbo si esprime con attenzione eccessiva nei confronti delle regole alimentari, della scelta del cibo e delle sue caratteristiche e delle modalità di preparazione dello stesso. Nonostante non sia stato ancora riconosciuto dalla Comunità scientifica, è stato per la prima volta descritto e classificato come disturbo alimentare dal dietologo Bratman (1997) ideatore, peraltro, di un questionario per la valutazione dell’Ortoressia. Secondo i dati diffusi dal Ministero Italiano della Salute, gli ortoressici sarebbero 300.000 in Italia (11,3% maschi vs 3,9% femmine).

    Gli ortoressici mostrano una vera e propria ossessione psicologica verso il mangiar sano. Questo può condurre ad un fanatismo alimentare tale da arrivare disprezzare tutti coloro che non seguono i loro stessi principi.

    Manifestazioni sintomatologiche: gli individui affetti da questo disturbo spendono 3 o più ore al giorno pensando al cibo, focalizzandosi principalmente sui benefici che una scelta adeguata può comportare sulla salute. Inoltre, qualora non siano in grado di seguire la dieta abituale, sono pervasi da un forte senso di colpa e dalla sensazione di non essere più padroni di se stessi. Nonostante il disturbo coinvolga l’alimentazione, e il primo autore l’abbia inserito in questo cluster, la Comunità Scientifica oggi sembra ritenere questo disturbo più assimilabile al distrubo Ossesivo-Compulsivo che non a quelli alimentari. Infatti, il tempo impiegato a pensare la cibo, alla sua qualità e alle modalità di preparazione, si associa spesso a ruminazioni ossessive seguite da rituali legati alla ricerca, alla preparazione e al consumo del cibo.

    Inoltre, queste attività, conducono a isolamento sociale e insoddisfazione affettiva poiché tale condizione esistenziale risulta poco condivisibile da coloro che non possiedono le stesse abitudini. Spesso capita che chi soffre di Ortoressia, incominci ad evitare situazioni sociali in cui è prevista l’assunzione di cibo (pausa caffè, cene con amici, pranzi di lavoro, cerimonie..), minando il funzionamento globale e il benessere dell’individuo (Brytek-Matera, 2012). Questi comportamenti solitamente si associano a conoscenze scorrette e superficiali sull’alimentazione, acquisite tramite canali non professionali (giornali, opinioni, internet). Tutto ciò aggrava il quadro sindromico dal momento che i comportamenti disfunzionali e le azioni mentali si avvalgono di conoscenze erronee, creando una situazione pericolosa per la salute psichica ma anche per quella fisica.

    Intervento: Riguardo la tipologia di trattamento, ad oggi, la terapia cognitivo comportamentale offrirebbe maggiori esiti positivi. Le credenze disfunzionali vengono riesaminate cercando, in parallelo, di mettere in atto comportamenti maggiormente adattivi al fine di contenere le ruminazioni e migliorare la qualità della vita.

    Come già precedentemente accennato, l’Ortoressia appare maggiormente diffusa nel genere maschile, presumibilmente per il proliferare di stereotipi legati alla forma fisica. Allo stesso tempo, l’attenzione nei confronti dell’aspetto esteriore risulta una caratteristica principale di un altro disturbo prevalentemente maschile denominato Vigoressia.

    Vigoressia

    La Vigoressia o Anorexia Reverse, viene per la prima volta decritta da Pope (1993). Nella sua ricerca su più di 100 bodybuilders, l’Autore identifica un disturbo caratterizzato dall’insoddisfazione per l’aspetto fisico e dalla distorsione dell’immagine corporea provocata dall’irrealistica convinzione di essere troppo piccoli o gracili, sebbene ciò non corrisponda alla reale forma fisica. I soggetti di questo studio, inoltre, affermavano di rifiutare frequentemente situazioni sociali, di non voler essere visti da altri senza vestiti e di indossare spesso abiti che coprissero il corpo, anche in caso di temperature ambientali elevate.

    La distorsione dell’immagine corporea, quindi, condurrebbe all’esasperata ricerca del potenziamento del volume della corporatura, attraverso una scelta accurata dei cibi con elevato contenuto proteico, per mezzo della pratica sfrenata di attività ginniche e tramite l’uso di sostanze anabolizzanti (Blanco, 2005).

    La Vigoressia esordisce di solito nell’adolescenza. La fascia più colpita però si collocherebbe tra i 25 e i 35 anni di età, seguita da quella tra i 18 e i 24 anni. Non manca una crescente fascia di adulti over 40 costituita da persone che sperano di mantenere la propria giovinezza grazie all’allenamento fisico intenso. Dati di ricerca, inoltre, indicano una prevalenza nella popolazione in soggetti con un basso grado di cultura da non confondersi con basso grado di scolarizzazione. Infatti, un basso grado di cultura, a prescindere dal numero di anni di studio, impedirebbe di divenire consapevoli dei rischi che comporta la condotta vigoressica.

    Manifestazioni sintomatologiche: gli individui affetti da questo disturbo mostrano un atteggiamento ossessivo rispetto alla propria forma fisica declinato in una continua preoccupazione per i risultati delle attività ginniche, volte a migliorare in modo esponenziale le proprie dimensioni fisiche. Inoltre sono ravvisabili un allenamento di ore ed ore in palestra con l’obiettivo di scolpire i muscoli, la tendenza a consumare cibi ipocalorici e iperproteici e/o abusare di integratori alimentari, l’eccessiva focalizzazione visiva sul corpo e i singoli muscoli, o sul peso corporeo e l’insoddisfazione per il proprio corpo, nonostante gli sforzi e i risultati raggiunti.

    Come nell’anoressia quindi, il vigoressico presenta solitamente una sensibile mancanza di autostima, che proietta sul piano fisico. Proprio per questo motivo, l’affermazione di sé passa attraverso l’affermazione corporea. Infatti, inizialmente, la mancanza di autostima sembrerebbe compensata dall’esibizione del proprio corpo e dal desiderio di essere ammirati. D’altra parte si evidenzia, come già precedentemente affermato, una dispercezione dello schema corporeo che porta il soggetto vigoressico a considerarsi difettoso sul piano fisico. Da qui incomincia quindi la spasmodica ricerca di perfezione attraverso l’esercizio e l’alimentazione. Ciò porta però a conseguenza problematiche per la salute psichica e fisica (sovraccarico muscolare, affaticamento di organi quali cuore, fegato e reni etc.) e nelle relazioni sociali (isolamento sociale).

    Intervento: come per i tipici disturbi dell’Alimentazione e della Nutrizione, un intervento ad orientamento cognitivo comportamentale, ad oggi offre i risultati più incoraggianti. L’obiettivo dell’intervento è quello di sviluppare altre forme di interesse e di investimento al di fuori del corpo e promuovere un’apertura verso l’affettività ristabilendo una percezione più realistica del proprio corpo. Viene inoltre posta attenzione anche alle relazioni famigliari e al loro coinvolgimento nel mantenimento della sintomatologia e ai processi di costruzione dell’identità della persona che soffre di Vigoressia.

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    Bibliografia

    – Hoek, H.W. Van Hoeken, D. (2003), Review of the prevalence and incidence of Eating Disorder, International Journal of Eating Disorders, 43 (4), 383-396

    – Chatoor, I., Ganiban, J. (2003), Food refusal by Infants and young children: Diagnosis and Treatment, Cognitive and Behavioral practice, 10-2, 138-146

    – Hoek, H.W. (2006),Incidence, prevalence and mortality of Anorexia nervosa and other Eating Disorder, Current Opinion in Psychiatry, 19 (4) 389-394

    – Bratman, S. (1997), Original essay on Orthorexia.

    – Brytek-Matera, A. (2012), Orthorexia Nervosa – an Eatin Disorder, Obsessive –Compulsive Disorder or Disturbed Eating habit?, Archives Of Psychiatry And Psycotherapy, 4 (1), 55-60

    – Pope, H.G., Katz, D.L., Hudson, J.I. (1993),Anorexia Nervosa and “reverse anorexia” among 108 male bodybuilders, Comprehensive Psychiatry, 34 (6), 406-409

    – Blanco S., Canesiri L., Reda M.A., (2005),Un Approccio Costruttivista allo studio del Comportamento Alimentarein Bara B.G., “Nuovo Manuale di Psicoterapia Cognitiva”  Torino, Bollati Boringhieri,140-193-