• coppia

    Relazione di coppia tra esclusività e ciclo di vita

    Interdipendenza emotiva, cognitiva e sentimento di esclusività sono gli ingredienti per la relazione di coppia.

    La relazione di coppia è difficile da definire in virtù della sua natura complessa e ampia. Le ragioni che portano due persone a legarsi in una coppia sono molteplici. Secondo alcuni autori, l’innesco determinante una relazione sentimentale può essere ritrovato nella forte interdipendenza emotiva e cognitiva che dà il senso di esclusività al rapporto.

    Ciò che garantisce il proseguo della relazione sentimentale è la percezione reciproca di un sentimento di esclusività. Sentirsi esclusivi per l’altro rappresenta un’impagabile esperienza; probabilmente la cosa più importante in una relazione sentimentale è proprio questo aspetto.

    Il sentimento di esclusività va distinto dal senso del possesso. Il possesso esprime quanto uno dei due percepisce l’altro come oggetto d’amore, ma in termini di negazione della sua soggettività.

    Un rapporto d’amore dovrebbe essere un reciproco appartenere all’altro e sentire che l’altro ci appartiene. Dovrebbe esprimersi attraverso un senso di profondo rispetto della soggettività del partner. Rispettare l’altra persona significa rispettare i suoi desideri e riconoscere la liceità dei suoi “bisogni”. Trattare l’altro come un oggetto, impedisce che tutto ciò avvenga.

    L’alchimia profonda della relazione è quella di arrivare a scegliersi proprio in termini emotivi,  comprendendo e accettando i “bisogni” dell’altro, anche se a volte in dissonanza con i propri.

    La relazione di coppia non si esaurisce soltanto nel considerare gli aspetti di positività, di coesione, di condivisione, ma anche considerando i momenti di difficoltà.

    Secondo alcuni autori le coppie attraversano delle fasi tipiche e i partner si trovano a dover affrontare dei compiti evolutivi. Possono essere così individuati:

    • Nei primi anni di relazione il principale compito evolutivo è quello di diventare indipendenti dai rispettivi genitori.
    • Dal 2° al 4° anno la coppia stabilisce tradizioni e valori e si pone come obiettivo quello di avere dei figli.
    • Dal 3° al 7° anno tra i compiti c’è quello di bilanciare l’impegno tra unione, figli e carriera.
    • Dal 7° al 15° anno la coppia si ritrova a valutare quanto efficacemente è stato mantenuto l’impegno verso il matrimonio/unione, la cura dei figli, la carriera e la comunità in senso ampio.
    • Dal 15° al 24° anno il compito principale è quello di allentare il proprio coinvolgimento genitoriale nella vita dei figli.
    • Dal 24° al 34° anno di relazione la coppia affronta l’uscita dalla famiglia dei figli, la morte dei propri genitori e la rimessa in discussione dei ruoli tradizionalmente assegnati.
    • Dopo il 35° anno di matrimonio/unione la coppia può concedersi maggior libertà da alcune responsabilità. Possono subentrare nuove possibili difficoltà riguardanti la salute e la possibile perdita del partner.

    Contestualizzare le difficoltà della coppia  al momento storico-antropologico attuale e rispetto alla fase “tipica” del suo ciclo di vita nel quale coppia si trova, può rendere più chiara la comprensione della situazione e la negoziazione con il coniuge.

    I rapporti umani hanno un loro percorso e le varie fasi possono essere attraversate da momenti critici. La crisi rappresenta una fase di cambiamento ed evoluzione. Può essere l’occasione di importanti ridefinizioni del modo di stare insieme o rappresentare la fine della relazione.

    Proprio per la loro complessità e forza, i rapporti sentimentali portano le persone molto facilmente a farsi anche un gran male. Alle volte, pur nella sua drammaticità, questo male fa parte esso stesso di ciò che tiene insieme due persone.

    Le crisi e le separazioni, sebbene siano eventi dolorosi da affrontare, possono essere generativi di un nuovo stato emotivo e cognitivo individuale anche in età matura e stimolare la creazione di nuove relazioni.

    Rotture, separazioni e creazione di nuovi legami sentimentali sono possibili ad ogni età. Oggi si assiste sempre più spesso alla rottura e alla formazione di coppie anche in età matura. In passato questo non sembrava possibili e nemmeno opportuno. Oggi viene riconosciuta la possibilità di avere storie sentimentali significative in tutte le fasi di vita. Questo rappresenta un passaggio estremamente significativo sia in termini sociali che individuali.

    Bibliografia:

    Aquilar F. La coppia in crescita, Cittadella Assisi 1996.

    Bubenzer D.I., West J.D., Counselling Couples, London 1993 

    Dodet M., Intervista a Maurizio Dodet a cura di Laura Ravanelli- dentrounquadro.it- 2014

    Veglia F. Storie di vita, Bollati Boringhieri, Torino 2014 

  • creatività bambini

    Curiosità e creatività non invecchiano

    La prospettiva di una nuova avventura

    Iniziamo ad invecchiare dal primo giorno della nascita. Ogni istante che possa ci ritroviamo più vecchi di prima. Ci sono delle doti della personalità umana che non invecchiano, come la capacità di emozionarsi, la curiosità e la creatività. La vecchiaia è “un prodotto nuovo della nostra società”: l’età media si sta sempre più allungando, così come le aspettative di vita.  La nostra società è però improntata alla prestazione, alla velocità e al “fare cose”.

    Con l’avanzare degli anni si modificano diversi aspetti dello stare al modo: ci si allontana dalla prestazione, si diventa più lenti e non si riesce sempre a “fare cose”. La prospettiva con la quale noi guardiamo le cose ha un ruolo fondamentale nel processo di crescita.

    Con il trascorrere degli anni e avvicinandosi alla vecchiaia, ci si può concedere di non dover più dimostrare il proprio valore; poter uscire dalla prestazione permette di riconoscersi di avere già dato, già prodotto, permette di tirare un respiro al di fuori della competizione. La lentezza permette di vedere e di ascoltare altre cose come i propri ritmi e di riuscire così a rispettarli. Uscire dall’idea di “fare“ qualcosa con l’altro, permette di entrare nell’ottica di “stare con l’altro”. La relazione prende il posto dell’azione.

    Quando si pensa alla creatività spesso ci si riferisce ai grandi artisti: Verdi, Michelangelo, Picasso e altri ancora. Secondo numerosi studiosi, spontaneità, creatività e curiosità sono esigenze dell’essere umano e ognuno di noi ha un suo “patrimonio creativo”.

    creatività senza età

    Il processo creativo è presente e potenzialmente attivo in ogni individuo, indipendentemente dall’età e può esprimersi con modalità molto differenti da quelle che definiamo comunemente “aree della creatività” riguardanti i grandi artisti.

    Può esprimersi anche in ambiti accessibili a tutti: preparare un piatto, tessere una tela, coltivare un fiore, organizzare una gita, realizzare un prodotto artigianale, inventare una storia e si esprime attraverso ogni forma di attività, esercizio e comportamento quotidiano.

    La ricerca in psicologia ha dimostrato che il riuscire ad essere creativi facilita l’esperienza, non solo dei bambini, ma anche degli adulti e degli anziani consentendo di proseguire e completare la propria autorealizzazione.

    La creatività è l’ultima a gettare la spugna, anche nei momenti più bui. Si arricchisce quando la mente si libera dal dover primeggiare e dall’efficienza. La creatività è una tra le più misteriose doti della personalità umana, è una capacità non esclusiva delle persone di talento, non è patrimonio dei giovani e degli artisti, ma può essere di chiunque e a qualsiasi età.

    Dall’infanzia alla vecchiaia si esprime il processo creativo, la curiosità di apprendere, si costruiscono rappresentazioni, identità e ricordi. Non si improvvisa il vivere le varie fasi della vita, si apprende il vivere l’infanzia, l’adolescenza, l’età adulta e la vecchiaia; si scoprono, qualche volta si inventano, ma sempre sulla base di quanto sperimentato e acquisito.

    Il processo creativo può anche essere inteso come l’abilità di inventare, di sviluppare fantasie e concetti, ma anche il costruirsi percorsi di crescita individuale e nello scoprire la rappresentazione, il senso di sé e della propria vita. La creatività trova la sua più elevata manifestazione nella produzione artistica, ma la storia personale è espressione e testimonianza di un processo artistico, creativo, di un’arte narrativa della vita.

    la curiosità e la creatività possono emergere anche in età avanzata e quando compaiono consentono di vivere con maggior serenità: aiutano a non smarrirsi nel vuoto esistenziale, a stimolare le funzioni cognitive, a riprendere le risorse, a dare senso ad una fase di vita spesso trascurata dal mondo attuale.

    Si può imparare ad essere creativi, a fare nuove esperienze, a essere curiosi anche nel conoscere qualcosa del proprio mondo interiore, che per tutta la vita era sfuggito. Si può scoprire la propria curiosità dimenticata e manifestarla in varie modalità: individualmente, in coppia o in gruppo.

    Quando la mente diventa creativa, il pensiero si orienta verso soluzioni innovative, l’intelligenza è stimolata e va in contro meno facilmente al declino. Studi di neuropsicologia e di psicologia clinica suggeriscono che questa facoltà si può avviare a qualsiasi età purché venga stimolato il coraggio e la volontà di abbandonare percorsi e itinerari intrapresi da lungo tempo, iniziare nuove esperienze e abbandonare l’idea che curiosità e creatività non possano essere allenate e apprese.

    La curiosità, il ricercare e l’imparare non si esauriscono con l’età ma si qualificano e di definiscono attraverso l’età stessa.

     

    Bibliografia:

    La creatività nella scuola e nella vita- Cesa-Bianchi M.,  Milano. Mondadori Università 2003

    Un’età da abitare. Identità e narrazione nell’anziano – Moser F., Pezzati R., Luben-Ploza B., Bollati Boringhieri. 2002

    L’ultima creatività, Luci nella vecchiaia- Cristina c. et al.  Milano, Springer 2011

    Handbook of creativity- Stenberg RJ.- Cambridge, Cambridge University Press, 1999

    Processo creativo e longevità – Società Italiana di Gerontologia e Geriatria; 2012;60:3-7  Editorial Pacini Editore Medicina

    La creatività nell’autorganizzazione dell’anziano- M.Cesa-Bianchi, Towards and European Strategy on Active and Healthy- static.ferro.com

  • gratificazione differita, successo da grandi

    Gratificazione differita, successo da grandi?

    La gratificazione differita pare predittiva dell’autocontrollo e del successo in età adulta.

    Saper posticipare la gratificazione può essere di grande rilevanza per l’educazione dei più piccoli. Acquisire tale capacità da bambini può condurre da adulti ad adottare condotte più funzionali in diversi ambiti compreso quello dell’alimentazione.

    A tale proposito si può far riferimento ad uno degli esperimenti più famosi della psicologia comportamentale condotto tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 dallo psicologo Walter Mischel della Stanford University su un gruppo di 600 bambini di quattro anni: il Marshmallow Test. Secondo i ricercatori la diversa capacità del bambino di rinunciare al consumo immediato di un dolcetto in cambio di riceverne un altro dopo 15 minuti, pare predittiva del benessere e del successo in età adulta sia nelle attività scolastiche che in quelle lavorative.

    marshmallow test

    I risultati più interessanti legati al Marshmallow Test sono arrivati negli anni successivi. Agli stessi bambini in adolescenza, sono stati sottoposti alcuni questionari volti a sondare l’andamento scolastico e alcuni aspetti della personalità. I bambini che erano riusciti a controllare l’impulso mostravano i risultati scolastici migliori e venivano descritti dai loro genitori come più responsabili. Un secondo follow up mostrò come gli stessi bambini, che erano stati in grado di ritardare la gratificazione, ottenevano ai test di ingresso all’Università i punteggi maggiori.

    Quattro decenni più tardi, le ricerche longitudinali che si avvalgono di questa metodologia stanno continuando a rivelare notevoli pattern di coerenza dello sviluppo psicologico/comportamentale, nonché della salute mentale/fisica e dello stato economico, dalla prima infanzia fino alla mezza età dei partecipanti.

    I risultati promettenti, l’avanzamento metodologico ora disponibile per sondare l’autocontrollo e l’aumento della profondità a più livelli di analisi, appaiono come un’opportunità unica per la comprensione dei meccanismi cognitivi e neurali fondamentali alla base della regolazione degli impulsi.

    Gli esperimenti che esaminano la gratificazione differita hanno mostrato che le rappresentazioni mentali che sono concrete e “appetibili” ostacolano il ritardo perché rendono troppo difficile resistere alla risposta automatica volta al raggiungimento della gratificazione immediatamente disponibile. Al contrario, le rappresentazioni sulla base di un’attenzione agli aspetti astratti della situazione hanno l’effetto opposto (Metcalfe and Michel, 1999;  Mischel and Ayduk, 2004).

    Sembrerebbe quindi che la gratificazione differita, in questo paradigma sperimentale, dipenda dalla capacità di controllare gli aspetti della situazione a cui si assiste e dalla capacità di controllare la sua rappresentazione mentale.

    La ricerca in questo campo dimostra come la capacità di posticipare una gratificazione segua una specifica traiettoria di sviluppo: infatti, la tolleranza alla frustrazione si evolve gradualmente durante le tappe evolutive e consente agli individui di allontanare l’attenzione dall’oggetto gratificante e di dirigere le proprie energie mentali e fisiche verso l’ambiente circostante.

    Secondo le ultime suggestioni della letteratura sembra che i bambini in età prescolare che sono in grado di ritardare la gratificazione facciano maggior uso di specifici processi inibitori rispetto ai compagni meno “resistenti” alla tentazione. Questa differenza di capacità inibitoria che persiste in età adulta, appare più vantaggiosa per la salute psico-fisica e più adattiva nello sviluppo cognitivo e sociale (Mischel et al., 2010).

    I ricercatori della Stanford University ipotizzano che l’autocontrollo non sia solo frutto dell’eredità genetica, ma anche di processi di apprendimento grazie ai quali si strutturano specifiche strategie cognitive.

    Ricerche recenti hanno dimostrato, attraverso l’utilizzo delle neuro-immagini, che i partecipanti con alti livelli di auto-regolazione, rispetto ai loro omologhi con costante basso livello di autocontrollo, sarebbero caratterizzati da una connettività neurale più raffinata nella regione fronto-striata e nel circuito fronto-parietale, zone del cervello particolarmente coinvolte nel controllo cognitivo (Jonides, et al., 1998, Liston et al, 2007, Casey et al., 2007, Nagy et al., 2004).

    La relazione che si manifesta tra il controllo cognitivo e la forza di volontà potrebbe essere pertanto la seguente: la forza di volontà richiede abilità nel superare ricompense immediate e allettanti o distrazioni a favore di premi maggiori, ma successivi. Questa abilità, a sua volta, richiede che gli individui codifichino solo le informazioni rilevanti dall’ambiente, sopprimendo le informazioni indesiderate per selezionare risposte desiderate e reprimendo quelle non ottimali.

    I risultati finora sono incoraggianti e permettono di formulare ulteriori ipotesi ove appare chiara una difficoltà della capacità di auto-regolazione degli impulsi e una difficoltà a posticipare la gratificazione immediata.

     

    Bibliografia

    Casey B, Epstein J, Buhle J, et al. (2007) Frontostriatal connectivity and its role in cognitive control in parent-child dyads with ADHD. The American Journal of Psychiatry 164:1729–36.

    Mishel W., Ayduk O., (2004) in in Handbook of Self-Regulation: Research, Theory, and Applications, Willpower in a cognitive-affective processing systems: The dynamics of delay of Gratification. Eds Baumeister RF, Vohs KD (Guilford, N.Y.), pp 99-129.

    Mischel, W., Ayduk, O., Berman, M. G., Casey, B. J., Gotlib, I. H., Jonides, J., & Shoda, Y. (2010). ‘Willpower’over the life span: decomposing self-regulation. Social Cognitive and Affective Neuroscience, nsq081.

    Metcalfe J., Mishel W., (1999). A hot/cool System Analysis af Delay of Gratification: Dynamics af Willpower. Psychological Review 106:3-19.

     

     

  • disturbi alimentari

    I disturbi alimentari degli uomini: ortoressia e vigoressia

    Di solito associamo i disturbi alimentari al genere femminile. Esistono invece delle manifestazioni patologiche più tipiche dell’universo maschile: l’Ortoressia e la Vigoressia.

    Al giorno d’oggi, i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione ricoprono una parte non indifferente del disagio psicologico. Ormai i concetti di anoressia e bulimia sono entrati a far parte del vocabolario comune e tali disturbi vengono diffusamente trattati in ambito terapeutico.

    La ricerca scientifica, oltre a fornire contributi rilevanti circa il trattamento e la diagnosi, ha permesso anche di stimare la diffusione di questi disturbi nella popolazione: per quanto riguarda l’anoressia, i dati epidemiologici indicano una prevalenza nel genere femminile giovane pari allo 0,3 % e un’incidenza nelle donne tra i 15 e i 24 anni, da ritenersi in aumento di almeno 8 per 100.000 persone l’anno (Hoek, Van Hoeken, 2003).

    Ad oggi non c’è ancora accordo circa il tasso di incremento dell’anoressia nei Paesi occidentali, in quanto i dati raccolti mostrano risultati contrastanti. Per quanto riguarda la bulimia pare che quest’ultima sia in continuo incremento. Sempre gli stessi autori (Hoek, 2006), riportano una prevalenza dell’1% della bulimia nervosa nella popolazione femminile e un’incidenza pari al 12 per 100.000 persone in un anno.

    In generale, i primi segnali di rilevanza clinica di un possibile disturbo dell’alimentazione sono riscontrabili già nella prima infanzia (Chatoor, 2003).

    Nonostante un recente aumento dell’incidenza in età prepuberale, la fascia di età entro la quale si può osservare l’inizio del consolidamento di sintomi può essere ricondotta alla pre adolescenza, adolescenza.

    Secondo i dati raccolti negli USA dall’A.P.A. (American Psychiatric Association, 1994) il rapporto tra prevalenza negli uomini e nelle donne si attesterebbe tra 1 a 6 e 1 a 10. Negli ultimi vent’anni si sono evidenziati nuovi disturbi legati al comportamento alimentare che sarebbero invece maggiormente caratteristici della popolazione maschile. Questi possono essere identificati nell’Ortoressia e nalla Vigoressia.

    Ortoressia

    Questo disturbo si esprime con attenzione eccessiva nei confronti delle regole alimentari, della scelta del cibo e delle sue caratteristiche e delle modalità di preparazione dello stesso. Nonostante non sia stato ancora riconosciuto dalla Comunità scientifica, è stato per la prima volta descritto e classificato come disturbo alimentare dal dietologo Bratman (1997) ideatore, peraltro, di un questionario per la valutazione dell’Ortoressia. Secondo i dati diffusi dal Ministero Italiano della Salute, gli ortoressici sarebbero 300.000 in Italia (11,3% maschi vs 3,9% femmine).

    Gli ortoressici mostrano una vera e propria ossessione psicologica verso il mangiar sano. Questo può condurre ad un fanatismo alimentare tale da arrivare disprezzare tutti coloro che non seguono i loro stessi principi.

    Manifestazioni sintomatologiche: gli individui affetti da questo disturbo spendono 3 o più ore al giorno pensando al cibo, focalizzandosi principalmente sui benefici che una scelta adeguata può comportare sulla salute. Inoltre, qualora non siano in grado di seguire la dieta abituale, sono pervasi da un forte senso di colpa e dalla sensazione di non essere più padroni di se stessi. Nonostante il disturbo coinvolga l’alimentazione, e il primo autore l’abbia inserito in questo cluster, la Comunità Scientifica oggi sembra ritenere questo disturbo più assimilabile al distrubo Ossesivo-Compulsivo che non a quelli alimentari. Infatti, il tempo impiegato a pensare la cibo, alla sua qualità e alle modalità di preparazione, si associa spesso a ruminazioni ossessive seguite da rituali legati alla ricerca, alla preparazione e al consumo del cibo.

    Inoltre, queste attività, conducono a isolamento sociale e insoddisfazione affettiva poiché tale condizione esistenziale risulta poco condivisibile da coloro che non possiedono le stesse abitudini. Spesso capita che chi soffre di Ortoressia, incominci ad evitare situazioni sociali in cui è prevista l’assunzione di cibo (pausa caffè, cene con amici, pranzi di lavoro, cerimonie..), minando il funzionamento globale e il benessere dell’individuo (Brytek-Matera, 2012). Questi comportamenti solitamente si associano a conoscenze scorrette e superficiali sull’alimentazione, acquisite tramite canali non professionali (giornali, opinioni, internet). Tutto ciò aggrava il quadro sindromico dal momento che i comportamenti disfunzionali e le azioni mentali si avvalgono di conoscenze erronee, creando una situazione pericolosa per la salute psichica ma anche per quella fisica.

    Intervento: Riguardo la tipologia di trattamento, ad oggi, la terapia cognitivo comportamentale offrirebbe maggiori esiti positivi. Le credenze disfunzionali vengono riesaminate cercando, in parallelo, di mettere in atto comportamenti maggiormente adattivi al fine di contenere le ruminazioni e migliorare la qualità della vita.

    Come già precedentemente accennato, l’Ortoressia appare maggiormente diffusa nel genere maschile, presumibilmente per il proliferare di stereotipi legati alla forma fisica. Allo stesso tempo, l’attenzione nei confronti dell’aspetto esteriore risulta una caratteristica principale di un altro disturbo prevalentemente maschile denominato Vigoressia.

    Vigoressia

    La Vigoressia o Anorexia Reverse, viene per la prima volta decritta da Pope (1993). Nella sua ricerca su più di 100 bodybuilders, l’Autore identifica un disturbo caratterizzato dall’insoddisfazione per l’aspetto fisico e dalla distorsione dell’immagine corporea provocata dall’irrealistica convinzione di essere troppo piccoli o gracili, sebbene ciò non corrisponda alla reale forma fisica. I soggetti di questo studio, inoltre, affermavano di rifiutare frequentemente situazioni sociali, di non voler essere visti da altri senza vestiti e di indossare spesso abiti che coprissero il corpo, anche in caso di temperature ambientali elevate.

    La distorsione dell’immagine corporea, quindi, condurrebbe all’esasperata ricerca del potenziamento del volume della corporatura, attraverso una scelta accurata dei cibi con elevato contenuto proteico, per mezzo della pratica sfrenata di attività ginniche e tramite l’uso di sostanze anabolizzanti (Blanco, 2005).

    La Vigoressia esordisce di solito nell’adolescenza. La fascia più colpita però si collocherebbe tra i 25 e i 35 anni di età, seguita da quella tra i 18 e i 24 anni. Non manca una crescente fascia di adulti over 40 costituita da persone che sperano di mantenere la propria giovinezza grazie all’allenamento fisico intenso. Dati di ricerca, inoltre, indicano una prevalenza nella popolazione in soggetti con un basso grado di cultura da non confondersi con basso grado di scolarizzazione. Infatti, un basso grado di cultura, a prescindere dal numero di anni di studio, impedirebbe di divenire consapevoli dei rischi che comporta la condotta vigoressica.

    Manifestazioni sintomatologiche: gli individui affetti da questo disturbo mostrano un atteggiamento ossessivo rispetto alla propria forma fisica declinato in una continua preoccupazione per i risultati delle attività ginniche, volte a migliorare in modo esponenziale le proprie dimensioni fisiche. Inoltre sono ravvisabili un allenamento di ore ed ore in palestra con l’obiettivo di scolpire i muscoli, la tendenza a consumare cibi ipocalorici e iperproteici e/o abusare di integratori alimentari, l’eccessiva focalizzazione visiva sul corpo e i singoli muscoli, o sul peso corporeo e l’insoddisfazione per il proprio corpo, nonostante gli sforzi e i risultati raggiunti.

    Come nell’anoressia quindi, il vigoressico presenta solitamente una sensibile mancanza di autostima, che proietta sul piano fisico. Proprio per questo motivo, l’affermazione di sé passa attraverso l’affermazione corporea. Infatti, inizialmente, la mancanza di autostima sembrerebbe compensata dall’esibizione del proprio corpo e dal desiderio di essere ammirati. D’altra parte si evidenzia, come già precedentemente affermato, una dispercezione dello schema corporeo che porta il soggetto vigoressico a considerarsi difettoso sul piano fisico. Da qui incomincia quindi la spasmodica ricerca di perfezione attraverso l’esercizio e l’alimentazione. Ciò porta però a conseguenza problematiche per la salute psichica e fisica (sovraccarico muscolare, affaticamento di organi quali cuore, fegato e reni etc.) e nelle relazioni sociali (isolamento sociale).

    Intervento: come per i tipici disturbi dell’Alimentazione e della Nutrizione, un intervento ad orientamento cognitivo comportamentale, ad oggi offre i risultati più incoraggianti. L’obiettivo dell’intervento è quello di sviluppare altre forme di interesse e di investimento al di fuori del corpo e promuovere un’apertura verso l’affettività ristabilendo una percezione più realistica del proprio corpo. Viene inoltre posta attenzione anche alle relazioni famigliari e al loro coinvolgimento nel mantenimento della sintomatologia e ai processi di costruzione dell’identità della persona che soffre di Vigoressia.

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    Bibliografia

    – Hoek, H.W. Van Hoeken, D. (2003), Review of the prevalence and incidence of Eating Disorder, International Journal of Eating Disorders, 43 (4), 383-396

    – Chatoor, I., Ganiban, J. (2003), Food refusal by Infants and young children: Diagnosis and Treatment, Cognitive and Behavioral practice, 10-2, 138-146

    – Hoek, H.W. (2006),Incidence, prevalence and mortality of Anorexia nervosa and other Eating Disorder, Current Opinion in Psychiatry, 19 (4) 389-394

    – Bratman, S. (1997), Original essay on Orthorexia.

    – Brytek-Matera, A. (2012), Orthorexia Nervosa – an Eatin Disorder, Obsessive –Compulsive Disorder or Disturbed Eating habit?, Archives Of Psychiatry And Psycotherapy, 4 (1), 55-60

    – Pope, H.G., Katz, D.L., Hudson, J.I. (1993),Anorexia Nervosa and “reverse anorexia” among 108 male bodybuilders, Comprehensive Psychiatry, 34 (6), 406-409

    – Blanco S., Canesiri L., Reda M.A., (2005),Un Approccio Costruttivista allo studio del Comportamento Alimentarein Bara B.G., “Nuovo Manuale di Psicoterapia Cognitiva”  Torino, Bollati Boringhieri,140-193-

  • Il Processo di incubazione nell’Insight Problem Solving

    Numerosi studi sono stati condotti per valutare le variabili coinvolte nei processi solutori e i meccanismi costitutivi dell’insight problem solving, ma negli ultimi anni gli sforzi si sono concentrati principalmente sul processo di incubazione, considerato comunemente un fattore agevolante, attraverso il quale i soggetti raggiungerebbero la soluzione improvvisamente dopo aver messo da parte il problema per un periodo di tempo, dedicandosi ad altre attività, avendo fallito nei primi tentativi.

    Le ipotesi proposte per spiegare i presunti effetti positivi del periodo di incubazione si possono raggruppare tradizionalmente in due categorie la prima delle quali prevede dei meccanismi di risoluzione consapevoli, mentre la seconda processi autonomi e inconsci di problem solving. Recentemente però, la “Attenction-withdrawal hypotheses” di Segal (2004) e la “Explicit–implicit interaction (EII) theory” di Sun e Hélie (2010) hanno fornito un contributo stimolante alle teorie precedenti ponendosi a metà strada tra l’ipotesi “lavoro-cosciente” e “l’ipotesi lavoro-inconscio”. Nonostante le concezioni riguardanti l’incubazione siano piuttosto diverse tra loro, quasi universalmente i metodi di indagine utilizzati hanno visto l’impiego di ricerche empiriche e protocolli piuttosto uniformi. Ut Na Sio (2009) ha pertanto potuto condurre una meta-analisi volta a verificare la dimensione dell’effetto dell’incubazione sulla soluzione dei problemi ed eventuali mediatori di tale grandezza, da cui emerge che l’effetto di incubazione risulterebbe specifico e avvantaggiante solo in alcuni tipi di problemi, mentre in altri non sarebbe presente.

    L’insight Problem solving

    Nell’ambito della psicologia del pensiero e dei processi di ragionamento, uno degli argomenti maggiormente dibattuti riguarda i meccanismi coinvolti nell’insight problem solving.

    Molti teorici si sono interessati alla questione ricorrendo a metodi e strumenti propri del loro ambito di studi: psicologi, neurologi, fisici, matematici, informatici si sono cimentati nella definizione dei processi risolutivi e nell’elaborazione di possibili strategie.

    I Gestaltisti per primi, hanno dato vita ad una lunga serie di studi sul problem Solving (Wertheimer, 1925; Dunker, 1945) in cui osservarono che in alcune tipologie di problemi, la soluzione sopraggiungeva improvvisamente e inconsapevolmente, dimostrando il coinvolgimento di processi qualitativamente differenti rispetto a quelli utilizzati con altri problemi. Questa conclusione è stata accolta da molti altri ricercatori, tanto da essere stata anche proposta una divisione dei problemi in due categorie (Metcalfe e Wiebe, 1987): compiti (o problemi non insight) e problemi propriamente detti (o problemi insight). I primi sarebbero caratterizzati da un metodo di risoluzione improntato sulla ricerca in cui l’obiettivo è l’esame dei passaggi che portano alla soluzione.

    Nel problema propriamente detto si manifesterebbe il fenomeno dell’insight, o la cosiddetta “aha experience”, in cui lo scioglimento del quesito sarebbe definito da una svolta o comprensione improvvisa nella rappresentazione del problema. L’insight, quindi può essere definito come un’inaspettata, imprevedibile, e non verbalizzabile scoperta di una soluzione.

    Secondo i gestaltisti, in aiuto dei soggetti, accorrerebbe proprio una ristrutturazione delle caratteristiche del compito; esempio emblematico è il problema del quadrato del parallelogrammo di Wertheimer (1925), molto utilizzato negli studi di ragionamento. La soluzione può sopraggiungere semplicemente attraverso una riorganizzazione della figura, rintracciando un parziale sovrapposizione di due triangoli; tale operazione promuoverebbe un cambiamento di tipo qualitativo nella rappresentazione del problema.

    In tempi successivi i ricercatori della Human Information Processing, come ad esempio Ohlsson (1984) e Montgomery (1988) hanno tentato di revisionare il concetto di ristrutturazione e di integrare la prospettiva gestaltica a quella cognitivista con risultati, però, non sempre convincenti; un contributo importante, invece, è stato offerto da uno studio di Kaplan e Simon (1990) che hanno formulato una teoria dell’insight ancora oggi molto significativa. Il modello prevede che nella prima parte dell’applicazione ad un problema, si conduca una ricerca euristica (selettiva) della soluzione servendosi della memoria a lungo termine che conterrebbe delle informazioni sulle modalità di risoluzione dei problemi. In un primo momento quindi la ricerca sarebbe seriale e la sua direzione sarebbe controllata da meccanismi attenzionali coinvolti nell’elaborazione dell’informazione nella memoria a breve termine, in cui sarebbe presente l’informazione sulla situazione locale; nello stesso tempo, alcune delle caratteristiche più permanenti della situazione del problema (euristica dell’invarianza), sarebbero rilevate, apprese e immagazzinate nella memoria a lungo termine, cosicché l’informazione disponibile ai fini della soluzione del problema cambi. La struttura di controllo includerebbe un meccanismo di interruzione che, in mancanza di successo, o di segni di progresso, dopo un certo tempo sospenderebbe la ricerca e sposterebbe l’attività (switch) in un altro spazio del problema, dove la ricerca avrebbe per oggetto una diversa rappresentazione del compito o una differente struttura di controllo della ricerca. Il modello di Kaplan e Simon, pur non essendo particolarmente parsimonioso, sembra dare una spiegazione ben articolata dei processi coinvolti nell’insight problem solving, tanto da essere stata fonte d’ispirazione per alcune teorie più recenti che hanno cercato di rivedere il classico meccanismo della ristrutturazione. Ad esempio, secondo la Representational Change Theory di Knoblich e colleghi (2001) il solutore creerebbe una rappresentazione iniziale del problema, definita come la distribuzione di attivazione attraverso frammenti di conoscenza presenti in memoria, che avrebbe una bassa probabilità di successo. Con la rappresentazione iniziale del problema si attiverebbe una porzione di conoscenza del compito che non sarebbe fondamentale per la soluzione e pertanto l’insight avverrebbe con l’eliminazione di vincoli ingiustificati dopo la quale una nuova porzione di spazio di soluzione si renderebbe disponibile per l’esplorazione. Il modello di Knoblich risulta però poco persuasivo, in quanto non spiega i meccanismi intercorrenti tra l’eliminazione dei vincoli e la manifestazione dell’insight.

    Anche Ormerod (2002), scegliendo la via dell’integrazione tra scoperta e ricerca, propone la Progress Monitoring Theory, basata sull’idea che la soluzione dei problemi procederebbe quando il risolutore cercherebbe di minimizzare il divario tra lo stato attuale del problema e lo stato finale; il solutore analizzerebbe la differenza tra lo stato corrente del problema e lo stato finale e confronterebbe questo con il numero di mosse rimanenti per risolvere il problema. Il fallimento o impasse, verrebbe considerato come l’impossibilità di colmare lo spazio che intercorre tra lo stato attuale e lo stato finale. Con il fallimento, si manifesterebbe un’elevata probabilità che il soggetto cerchi soluzioni alternative. Sarebbe proprio questo il momento, secondo gli autori, in cui si potrebbero verificare differenze individuali nella comprensione del problema ed il “potenziale insight” varierebbe tra gli individui. Non è chiaro, però, come i solutori riescano ad avere consapevolezza esplicita del numero di mosse necessario per risolvere il problema o dell’entità del divario tra stato iniziale e stato finale, dal momento che queste due condizioni basterebbero da sole a permettere di raggiungere le soluzioni; inoltre non si fa riferimento a nessun cambiamento improvviso nella rappresentazione del problema, ma, in caso di fallimento, solo ad alternativi meccanismi di ricerca procedurale.

    Non tutte le teorie, tuttavia ritengono che debba essere raggiunta un’impasse o che debbano essere eliminati eventuali vincoli. Gli associazionisti ad esempio (Pols, 2002), credono che la conoscenza venga codificata attraverso un diagramma di attivazione costituito da nodi in cui le associazioni si creerebbero utilizzando una selezione che seguirebbe un principio evolutivo: la formazione delle associazioni e la loro selezione avverrebbe inconsciamente e solo la scelta, ovvero l’associazione finale, raggiungerebbe il livello cosciente. In questo caso l’insight si manifesterebbe solo recuperando l’associazione corretta utilizzando processi paralleli di ricerca; pertanto la differenza tra problemi insight/non-insight si identificherebbe nella forza delle associazioni. L’insight verrebbe sperimentato attraverso il recupero di un’associazione inconsueta o improbabile, al fine di risolvere il compito. Anche in questo caso però si suppone che la soluzione venga raggiunta a seguito di un processo di ricerca e solo attraverso l’associazione di informazioni contenute nella memoria a lungo termine; non verrebbero quindi specificate le modalità di integrazione con le nuove conoscenze elaborate dalla memoria a breve termine.

    Attualmente il dibattito sull’insight problem solving, si è inserito in quello più generale relativo al rappoto tra processi impliciti ed espliciti di ragionamento, inaugurato dalla Dual Theory di Stanovich e West (2008).

    Questa teoria presuppone l’esistenza di due processi, Tipo 1 e Tipo 2, preposti a differenti funzioni: il processo di tipo 1 sarebbe maggiormente veloce e automatizzato, nonché caratterizzato dall’uso di euristiche. Tale processo viene considerato autonomo poiché l’esecuzione avverrebbe rapidamente e senza il bisogno di attenzione conscia, inoltre opererebbe in parallelo non interferendo con il processo di tipo 2.

    Al contrario, il processo di Tipo 2 sarebbe un processo seriale di elaborazione relativamente lento e computazionalmente dispendioso in quanto determinato da comportamenti espliciti di consapevolezza d’uso. Inoltre, il processo 2, grazie ad un meccanismo inibitorio, avrebbe la possibilità di interrompere il Tipo 1 sopprimendo la sua tendenza di risposta automatica indipendentemente dal contesto e dall’esperienza e sarebbe in grado di proporre una risposta astratta maggiormente adeguata ai problemi, favorendo processi di ragionamento ipotetico e di simulazione cognitiva.

    Per quanto riguarda l’insight, dalle prime ricerche che hanno preso come modello di riferimento la Dual Theory emergeva la convinzione che il sistema 2, proprio per la sua natura conscia e procedurale, fosse implicato nella risoluzione dei non-insight problem (compiti) (Ghilooly, 2005), mentre gli ultimi sviluppi, dimostrerebbero un implicazione di questo sistema anche nei problemi insight. Più precisamente, il sistema 2 viene considerato una componente integrata della WM che coinvolgerebbe sia l’immagazzinamento che il controllo esecutivo. In alcuni studi recenti Gilhooly e coll. (2005, 2010), sostenitori della natura conscia e riflessiva del ragionamento, hanno cercato di dimostrare la relazione tra la capacità di risolvere i problemi insight con alcune funzioni della WM, a sostegno di una visione della risoluzione dell’insight problem conforme alla presenza di processi espliciti e analitici “business as usual”. A fronte di tali conferme, rimane decisamente dubbia la scelta dei problemi utilizzati nei loro studi, in quanto molti, se si tiene in considerazione la distinzione tra problemi propriamente detti e compiti, non possono essere definiti problemi insight, pertanto i risultati potrebbero essere inficiati da questa scelta metodologica. Inoltre non è chiaro il motivo a causa del quale l’integrazione tra WM e Sistema 2 debba necessariamente escludere il coinvolgimento di processi paralleli e automatici nell’insight problem.

    Nel tentativo di colmare le lacune delle ricerche appena descritte, hanno dato il loro contributo alcuni ricercatori sfavorevoli ad una visione essenzialmente overt dell’insight problem. Ad esempio Schooler (2002) e Macchi&Bagassi (2012), nei loro studi si sono avvalsi della metodologia della verbalizzazione per confermare l’implicazione di processi impliciti paralleli nella risoluzione dell’insight problem. Infatti l’induzione dei soggetti alla verbalizzazione delle proprie strategie risolutive si è dimostrata un ostacolo significativo al raggiungimento delle soluzioni, a conferma della natura interferente della verbalizzazione su verosimili meccanismi inconsci, che non riuscirebbero ad essere controllati durante l’applicazione al problema. Inoltre, per gli autori sopraccitati, la teoria di Ghilooly et al., escludendo il meccanismo della ristrutturazione nell’insight problem, non sarebbe davvero rappresentativa dei processi implicati in questa tipologia di problemi, in quanto quest’ultimo prevederebbe sempre una ristrutturazione, al contrario di quanto avviene con i compiti procedurali. A questo proposito Macchi e Bagassi, che hanno sviluppato la Teoria del Doppio Codice di Mosconi (1990), considerano la ristrutturazione un passaggio imprescindibile, subordinato al cambiamento nella comprensione dei termini del problema che sarebbe associata al cambiamento della codifica secondo la quale verrebbe letto il messaggio veicolato dalla consegna. Mosconi per primo ha supposto che questa decodificazione avverrebbe con due modalità: la decodificazione primaria, o condizione iniziale verrebbe prodotta dall’utilizzo del linguaggio naturale, quotidianamente utilizzato dai parlanti; la decodificazione seconda avverrebbe invece grazie all’ uso del codice legale, maggiormente sofisticato e utile per l’interpretazione del testo del problema. Quindi la presenza di una doppia codificazione discriminerebbe tra compiti e problemi insight, dal momento che in questi ultimi, i fattori interpretativi sarebbero cruciali proprio per la comparsa della ristrutturazione. Macchi e Bagassi procedono ancora oltre affermano che, se per la teoria del processo duale le più alte capacità di ragionamento risiederebbero nell’astrazione, sarebbe invece proprio una maggiore contestualizzazione a permettere di raggiungere le soluzioni. L’elaborazione, tra l’altro fondamentale nell’interazione comunicativa, delle intenzioni e del contesto presenti nel compito implicherebbe sempre il processamento del contesto e non la sua astrazione. Pertanto la risoluzione degli insight problem, deriverebbe dalla capacità pragmatico-interpretativa di quei soggetti che sarebbero in grado di disambiguare le intenzioni in modo pertinente allo scopo delle compito.

    Da questa piccola rassegna, si può dedurre che le teorie e ricerche successive all’approccio gestaltico hanno cercato sia di sviluppare il concetto di ristrutturazione nell’insight problem solving, sia di fornire una nuova interpretazione di questo fenomeno, senza però riuscire ad ottenere una spiegazione dirimente e risolutiva. Spesso, tra l’altro, i ricercatori si sono trovati in disaccordo sulle numerose variabili coinvolte nei processi solutori e sui meccanismi costitutivi della cosiddetta “intuizione” che faciliterebbero o, al contrario, rallenterebbero il superamento del compito, motivo per cui sono ancora necessari studi approfonditi e innovativi su questo argomento.

    Uno dei meccanismi più indagati in questo contesto, generalmente considerato un fattore agevolante, è rappresentato dall’incubazione di cui mi occuperò nel prossimo paragrafo.

    L’incubazione nell’insight problem solving

    Nel 1926 Wallas all’interno del suo saggio “Art of Thought” ha presentato uno dei primi modelli del processo creativo. In Questo modello a cinque stadi, l’insight può essere suddiviso in:

    • Preparazione: la mente si concentra sul problema e ne esplora le dimensioni
    • Incubazione: il problema viene elaborato nella mente inconscia e nulla sembra accadere esteriormente
    • Intimazione: il solutore sente che la risposta sta arrivando1
    • Illuminazione o insight: l’idea creativa erompe dall’inconscio alla consapevolezza
    • Verifica: l’idea è consapevolmente verificata, elaborata e applicata

    Gli psicologi perlopiù afferenti al movimento cognitivista hanno prodotto un gran numero di schemi indicanti le abilità cognitive ed i costrutti che sorreggono l’attività creativa considerando il modello di Wallas come un punto di riferimento imprescindibile per lo studio del problem solving e la fase di incubazione specialmente ha assunto, nella ricerca sperimentale, una posizione privilegiata per la comprensione dell’intuizione. Quest’ultima si manifesterebbe improvvisamente nella mente dei soggetti dopo che hanno messo da parte il problema per un periodo di tempo, dedicandosi ad altre attività, avendo fallito nei tentativi iniziali di risoluzione. Questo temporaneo allontanamento permetterebbe alla spiegazione del dilemma di emergere senza apparenti sforzi supplementari.

    Teorie esplicative della fase di incubazione

    A fronte di teorie e ricerche che hanno messo in dubbio l’effettiva esistenza di questo stadio (Perkins, 1995; Smith & Blankenship, 1991), diverse ipotesi sono state proposte per spiegare i presunti effetti positivi del periodo di incubazione ed è possibile dividerle in due categorie: la prima descrive un meccanismo di risoluzione consapevole, mentre la seconda descrive un processo autonomo e inconscio di problem solving. L’ipotesi “lavoro-cosciente” sostiene che gli effetti dell’incubazione siano dovuti a questioni come la riduzione dell’affaticamento mentale (Posner, 1973) o la presenza di supplementari attività di problem solving durante il periodo di incubazione (Browne & Cruse, 1988). Entrambe le visioni implicano cambiamenti nel meccanismo cosciente di risoluzione in cui il ruolo della pausa sarebbe quello di rendere la mente più propensa a ricevere ed assimilare stimoli esterni provenienti dall’ambiente circostante.

    Al contrario, l’ipotesi “lavoro-inconscio” suggerisce che gli effetti positivi dell’incubazione siano il risultato di un graduale e inconsapevole processo di problem-solving che si verifica durante un periodo di incubazione (Patalano, 1994; Smith, 1995).

    Sono stati proposti differenti processi inconsci per rendere conto degli effetti di incubazione. Il primo tra questi riguarda l’elicitazione di nuove conoscenze: nel corso del tempo, l’attivazione primaria a favore di items di memoria rilevanti si diffonde verso ciò che è stato precedentemente ignorato. Sembrerebbe più probabile per i soggetti in questo caso fare uso di segnali esterni per risolvere un problema. Inoltre, concetti parzialmente attivati possono combinarsi con altri per produrre idee accidentali perspicaci. Un altro processo inconscio prevede che un periodo di incubazione indebolisca l’attivazione di concetti inappropriati per la soluzione che distraggono gli individui durante i tentativi iniziali, favorendo una nuova visione del problema. Un terzo meccanismo riguarda la ristrutturazione del problema: la rappresentazione mentale di una problema sarebbe riorganizzata in modo più adeguato e stabile dopo tentativi iniziali infruttuosi; l’individuo sarebbe allora maggiormente capace di concentrarsi sulle informazioni esterne pertinenti o di ridisporre le informazioni del problema in una maniera che permetta alla soluzione di essere raggiunta più facilmente (Seifert et al., 1995).

    In generale si può affermare che le ipotesi “lavoro-cosciente/lavoro-inconscio” generino diverse previsioni concernenti gli effetti delle attività con cui gli individui si impegnano durante un periodo di incubazione. Secondo l’ipotesi “lavoro-cosciente”, gli individui trarrebbero i maggiori vantaggi da una incubazione senza attività alternative, poiché questo darebbe loro l’opportunità di rilassarsi, ridurre l’affaticamento, o continuare a lavorare sul problema. In contrasto, l’ipotesi “lavoro-inconscio” suggerisce che processi inconsci di risoluzione si verifichino quando gli individui spostano la loro attenzione lontano dal problema ad altre attività mentali. Così, un certo livello di coinvolgimento in altre attività durante un periodo di incubazione dovrebbe facilitare il problem solving (Ut Na Sio, 2009).

    Anche la memoria e l’apprendimento sembrano giocare un ruolo apprezzabile nel meccanismo di incubazione. Una prima ipotesi è che le soluzioni ai problemi già risolti verrebbero memorizzate nella memoria a lungo termine così, incontrando un nuovo problema, le soluzioni (in memoria) a quesiti simili sarebbero recuperate automaticamente. Tuttavia, queste soluzioni potrebbero non essere appropriate e bloccare la scoperta di quella corretta. Di conseguenza le soluzioni meno probabili, ma adeguate, verrebbero alla luce solo quando quelle più facilmente recuperabili in memoria siano state tutte scandagliate. In questa prospettiva, la fase di incubazione servirebbe per eliminare le soluzioni stereotipate.

    In alternativa, alcuni ricercatori hanno supposto che, finché il compito non è stato superato, i problemi irrisolti rimangano innescati nella memoria a lungo termine; in questo caso gli indizi ambientali potrebbero essere utili per attivare più facilmente una ristrutturazione adeguata e l’incubazione permetterebbe a tali stimoli di essere assimilati ed integrati con le conoscenze presenti in memoria, attraverso la fruizione di dettagli e suggerimenti precedentemente ignorati (Smith & Dodds, 1999; Langley & Jones, 1988).

    Un’altra interessante ipotesi, la “attenction-withdrawal hypotheses”, sul meccanismo di incubazione, che si pone a metà strada tra le categorie descritte in precedenza, viene proposta da Segal (2004). Secondo la visione dell’Autore, dopo aver incontrato un impasse, gli individui sarebbero spontaneamente portati a distogliere l’attenzione dal compito; di conseguenza durante la pausa non si attiverebbe nessun processo particolare, in quanto l’unica funzione dell’interruzione sarebbe quella di mantenere l’attenzione dei soggetti isolata dalla soluzione del problema, in modo tale da eliminare l’attivazione di false assunzioni. Questa teoria, prendendo spunto dai principi gestaltici, afferma che le assunzioni non sarebbero false in sé, ma loro inadeguatezza deriverebbe da una organizzazione errata. Pertanto la pausa favorirebbe la ristrutturazione degli elementi in una configurazione utile al superamento del compito.

    Anche Sun e Hélie (2010) hanno fornito un contributo stimolante riguardo lo studio dell’incubazione proponendo l’“explicit–implicit interaction (EII) theory” i cui presupposti si possono riassumere in pochi principi fondamentali quali la coesistenza/differenza contemporaneamente di conoscenza implicita ed esplicita, il simultaneo coinvolgimento di processi impliciti ed espliciti nei compiti di risoluzione, l’integrazione dei risultati tra processi impliciti ed espliciti e la loro interazione bidirezionale. Per trovare conferme alle loro ipotesi, gli autori si sono serviti di una implementazione computazionale (CLARION) utilizzata per simulare, catturare e spiegare dati umani relativi all’incubazione e intuizione in attività di decisione lessicale. Il grande merito degli Autori è consistito nel tentativo di assimilare le teorie esistenti e di fornire una descrizione dettagliata dei processi coinvolti nelle fasi chiave del problem solving creativo.

    Ricerche empiriche sul meccanismo di incubazione

    Come chiaramente emerge dalla breve descrizione di queste teorie, le concezioni rispetto al meccanismo di incubazione sono piuttosto diverse tra loro, ma quasi universalmente i metodi di indagine utilizzati hanno visto l’impiego di ricerche empiriche e protocolli piuttosto uniformi, nei quali ai soggetti sperimentali, che beneficiano di un periodo di pausa variamente strutturato si affiancano i controlli che invece continuano a lavorare sul problema.

    Purtroppo i risultati emersi da questi studi sono spesso in contrasto tra loro (Segal, 2004; Cronin, 2003; Yang et al, 2012; Ut Na Sio, 2012; Zhong 2008) e come affermato in precedenza, molti autori per questo motivo hanno messo in dubbio l’esistenza del periodo di incubazione. Tuttavia, una spiegazione per i risultati contrastanti si identifica con il fatto che sono presenti delle variabili procedurali che influenzano il verificarsi della risoluzione, come la durata del periodo di incubazione, le attività svolte durante il periodo di incubazione o la natura del problema ( Ut Na Sio, 2012).

    Ut Na Sio (2009) ha condotto una meta-analisi di tutti gli studi (fino al 2007) relativi al meccanismo dell’incubazione per verificare la dimensione dell’effetto di questo processo sulla soluzione dei problemi ed eventuali mediatori di tale grandezza, da cui emergono delle interessanti conclusioni.

    In primo luogo viene effettivamente dimostrata la presenza di un effetto dell’incubazione sulla soluzione dei problemi e sembra che i mediatori coincidano proprio con le variabili descritte poco fa. Gli individui che eseguono problemi creativi avrebbero più probabilità di trarre beneficio da un periodo di incubazione rispetto a individui impegnati con problemi linguistici (RAT) e problemi visivi, anche se con i compiti linguistici a basso carico cognitivo gli effetti di incubazione si dimostrerebbero comunque forti. L’incubazione, in questa tipologia di compiti sembrerebbe facilitare l’estensione della ricerca nel diagramma di conoscenze ma non supportare una ristrutturazione.

    Un altro risultato della meta-analisi mostra l’effetto benefico di un periodo di incubazione durante il quale viene richiesta la soluzione di problemi linguistici molto semplici. Un tale effetto positivo minerebbe, così, l’ipotesi “lavoro-cosciente” che postula la necessità un defaticamento mentale durante la pausa (Posner, 1973). I compiti a basso carico cognitivo potrebbero occupare una parte di attenzione, impedendo la concentrazione focalizzata solo sulla risoluzione del compito principale.

    Per quanto riguarda i problemi visivi, al contrario delle altre tipologie, l’entità dell’effetto di incubazione apparirebbe indipendente dalla lunghezza di questa fase. L’analisi di regressione di questo studio, dimostra che in realtà sarebbe un lungo periodo di preparazione (non l’incubazione) ad influenzare la soluzione di problemi visivi, in quanto porterebbe i solutori ad un’impasse, considerata fondamentale per la ristrutturazione del compito visivo. Un lungo periodo di preparazione potrebbe consentire alle persone di esaurire la ricerca in un dominio, rendendo più probabile esplorare un nuovo dominio nella seconda fase di risoluzione.

    Una correlazione positiva tra la lunghezza del periodo di preparazione e incubazione è stata anche trovata con i problemi di creatività. Anche in questo caso, un lungo periodo di preparazione consentirebbe alle persone di esplorare nuovi domini. Invece non è stata trovata nessuna correlazione positiva con i problemi linguistici.

    La meta-analisi rivela che le indicazioni ingannevoli nel complesso non sarebbero dei predittori significativi. Per quanto riguarda gli studi che impiegano problemi linguistici, la presenza di segnali fuorvianti indurrebbe un grande effetto di incubazione, ma una conclusione contraria è stata trovata negli studi che impiegano problemi visivi, il che suggerirebbe un impatto compito-specifico degli indizi.

    In sintesi, i risultati di meta-analisi supportano l’esistenza di effetti di incubazione, anche se sembra che vi sia una serie di effetti specifici per particolari compiti e performance. Nei problemi creativi, in cui è necessaria l’attivazione di una buona dose di conoscenza, sembra che le persone beneficino del periodo di incubazione, mentre nel caso dei problemi visivi questo principio non è sempre vero.

    In caso di problemi linguistici, come il RAT, c’è un effetto di incubazione, ma solo se il periodo di incubazione è occupato da un altro compito a basso carico cognitivo.

    Nel caso di problemi visivi, infine, gli effetti dell’incubazione emergono solo se c’è stato un periodo sufficientemente lungo di preparazione prima dello stato di impasse. Solo sotto queste condizioni il periodo di incubazione contribuirebbe alla ricerca di una strategie alternativa utile per la ristrutturazione del problema.

    Questi risultati non confermano né falsificano le ipotesi e le teorie precedentemente descritte, al contrario mettono in luce una nuova conclusione, ovvero che l’effetto di incubazione risulterebbe specifico per particolari tipi di problema. Pertanto si può suppore che nella risoluzione di quest’ultimi, vengano attivati meccanismi ben diversi tra loro che necessitano ancora di essere adeguatamente esplorati. Inoltre, come fa notare giustamente Ut Na Sio, non possiamo essere così certi che i problemi RAT presuppongano davvero un’intuizione, oppure facciano parte dei cosiddetti “compiti” in cui la soluzione si raggiunge un passo alla volta attraverso un percorso procedurale. Sarebbe utile a questo proposito condurre ricerche con una più vasta gamma di problemi, proprio per verificare l’eventualità appena esposta.

    A mio avviso dovrebbero anche essere svolti degli studi che indaghino le differenze individuali nell’esecuzione degli insight problem in quanto potrebbero rendere conto in maniera alternativa dei meccanismi sottesi l’incubazione e l’intuizione, specialmente nel caso di popolazioni cliniche. Ad esempio i soggetti ansiosi potrebbero rappresentare un ottimo campione in quanto soffrendo di un bias attenzionale, permetterebbero di dimostrare se per la risoluzione di un compito sia davvero cruciale l’adeguata distribuzione di risorse attentive durante la fase di incubazione. Similmente sarebbe stimolante verificare l’influenza delle emozioni indotte o accidentali durante il periodo di incubazione.

    Infine, sempre tenendo in considerazione i risultati della meta analisi, mi sembrerebbe vantaggioso uno studio che incroci tutte le variabili considerate necessarie per il raggiungimento della soluzione, ovvero la natura del compito, la lunghezza del periodo di incubazione e le attività svolte al suo interno. Si creerebbero in questo modo numerose condizioni sperimentali grazie alle quali raccogliere ulteriori dati utili al proseguimento della ricerca in questo campo.

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    1 Dal momento che lo stadio di intimazione viene visto come uno sub-stadio, il modello di Wallas generalmente viene considerato di quattro fasi.